INTERVISTA ALL’ARTISTA – ATHENA

Di Caterina Campisi

Athena, 35 anni, ha frequentato la facoltà di Architettura di Firenze. La tecnica artistica che privilegia, e che e influenza tutta la sua produzione, è la serigrafia, praticata fin dall’età di 15 anni. 

Ha girato il Marocco, la Turchia e parte dell’Europa in camion, dando vita con la stencil art a murales e installazioni su grandi superfici. Nel 2019 ha ideato Outlaws, una serie di fanzine autoprodotte a tema politico. 

Raccontaci del tuo stile. Come ti sei approcciata tecnicamente a questo poster?

La mia formazione artistica è analogica. Mi sono avvicinata per la prima volta all’illustrazione digitale solo due anni fa, quando ho deciso di fare della mia passione un lavoro. Ho imparato a usare la tavoletta grafica da autodidatta ma disegno ancora un sacco a mano. Per questo poster ho realizzato prima un bozzetto a matita, ma mi approccio come sul foglio di carta anche durante la fase digitale: correzioni, rifiniture e cura dei dettagli. Nel poster è molto visibile un tratto sporco. La mia formazione nel campo dell’architettura e la passione nerd mi hanno spinto a preoccuparmi dello sfondo, cercando di rendere l’interno dell’astronave il più verosimile possibile e di giocare sul rapporto dentro/fuori.

Sessualità e spazio. Cosa volevi trasmettere con questa raffigurazione?

“Queerizzare” lo spazio. Mi è piaciuta l’idea di giocare sul parallelismo spazi/spazio. Ho mostrato la favolosità del nostro mondo: dalla personaggia nuda che conduce la navicella, come sdoganamento del mito di certi lavori seri, al personaggi* in boxer, per sottolineare che la lotta è transfemminista e intersezionale. 

Per me è sempre importante politicizzare la rappresentazione: i fatti di Caviano dimostrano la forte transfobia esistente in Italia. I cambiamenti più importanti sono quelli sociali, senza i quali quelli legislativi rimangono inefficaci. 

Qual è per te l’importanza della rappresentazione artistica? Qual è il suo ruolo?

Ѐ importante usare vari canali e linguaggi per veicolare un messaggio, diversificare gli strumenti di lotta. Purtroppo, viene a tutt’oggi data più autorevolezza alla narrazione scritta rispetto a quella artistica ma, data la loro capacità di condizionare, le immagini dovrebbero avere più peso. Per questo noi artist* grafic* abbiamo una forte responsabilità politica e civile. Appena posso, avvio laboratori a scuola sull’autoproduzione come antidoto alla sovradeterminazione. 

Some prefer cake e Gender Bender sono ottimi esempi in questo senso: nati come piccoli festival per iniziativa di comunità indipendenti, hanno ormai conquistato il loro spazio nelle crepe del sistema. 

Per finire: a che punto credi sia la rappresentazione delle minoranze nell’ambito fantascientifico?

Penso che il punto non sia buono, e mi riferisco alle narrazioni mainstream: prodotte perlopiù da maschi etero e cis sono spesso ipernormative e il pericolo è quello di un’inclusività solo di facciata. Il panorama cyberpunk è già differente.

Pubblicato sul numero 58 della Falla, ottobre 2020

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