Se non si può negare che l’anno sia iniziato col botto, tra un’aggressione ingiustificata a uno stato sovrano quale è il Venezuela – al netto della presenza evidente di un regime autoritario – e l’omicidio a Minneapolis dellə attivistə Renee Good e Alex Pretti da parte di un’agenzia anti-immigrazione sempre più militarizzata e a briglia sciolta, di sicuro le notizie più recenti non lasciano ben sperare per un clima più sereno. Anche dall’altra parte del mondo il regime iraniano reprime nel sangue una delle proteste più partecipate della sua storia recente, ricordandoci con lo spegnimento della sua rete internet che certi strumenti, per quanto possano sembrare democratici, restano alla mercé di chi detiene il potere: un concetto che il romanziere e giornalista Frank Herbert definì «dispotismo idraulico».
Intanto, chi sta intorno non si ferma solo a guardare, con Trump che tuona le sue minacce interventiste e le solite ritorsioni commerciali, mentre Israele e paesi arabi si preparano a un contraccolpo che lascia presagire, a torto o a ragione, una nuova crisi petrolifera. Ma appena la tensione si allenta e il tycoon rivela il suo bluff, ecco che ritorna a pretendere la Groenlandia contro qualsiasi logica geopolitica, mettendo ancora una volta a dura prova la sopravvivenza stessa della Nato e dando ragione alle parole pronunciate dal ministro Tajani oltre tre mesi fa, in occasione del sequestro della Sumud Flottilla, secondo cui «il diritto internazionale conta fino a un certo punto».
Intanto, mentre il governo si indigna per la messa in dubbio da parte di Trump delle performance militari italiane all’estero, la commissione Giustizia del Senato fa un passo indietro sul disegno di legge sulla violenza sessuale, quasi ribandendo che sta alla vittima dimostrare di aver fatto sentire la propria voce e detto no.
Rimanendo sul tema palestinese, è iniziata a metà gennaio la seconda fase del piano di tregua promosso sempre dagli Stati Uniti, e ancora non è chiaro nei dettagli in cosa tale fase consisterà; né si può affermare con certezza che la tregua sia entrata in vigore, se Israele continua a bombardare le case palestinesi a detta loro “per colpire Hamas” e a sparare su civili, mentre le persone sfollate di Gaza muoiono per il gelo e per la pioggia nei campi profughi.
Perché, a conti fatti, queste sembrano essere le due direttrici che caratterizzano il momento: da un lato la sete di petrolio che guida ancora la geopolitica statunitense e internazionale, e dall’altro un inverno anomalo che ci ricorda a cosa andiamo incontro, se non avremo più accortezza sia nel gestire le nostre risorse – si pensi a come la bolla IA, dopo aver messo sotto sforzo il settore energetico, abbia completamente fagocitato il mercato delle RAM e a cascata tutta la filiera delle terre rare per la realizzazione nel futuro prossimo di data center dall’utilità ancora dubbia – sia nel gestire l’impatto ambientale delle nostre infrastrutture – basti guardare i cantieri dell’imminente Olimpiade nel cui nome si sono spianate foreste, o i consumi energetici e la problematica dissipazione di calore dei suddetti data center, che non si esclude possano avere un impatto sulle riserve idriche delle comunità in loco.
Ci era stata promessa anni fa una svolta verde, ma si è rivelata una promessa finora disattesa di cui dovremo prima o poi chiedere conto; sta a noi scegliere se usare gli stessi toni di chi comanda o meno.
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