“Vogliamo contarci vive” non è solo uno slogan che attraversa le piazze, ma una dichiarazione di intenti politici e metodologici che il movimento transfemminista Non Una Di Meno (NUDM) incide quotidianamente nel tessuto di una società iper-digitalizzata. In un mondo in cui si è ormai ampiamente consolidata la tendenza alla datificazione (ogni interazione e azione umana viene convertita in informazioni e dati quantificabili), dobbiamo interrogarci su chi detenga il potere di misurare le nostre esistenze: contare, infatti, non è mai un atto neutro, ma una scelta di campo. Raccogliere i dati sulle violenze subite significa costruire uno scudo di resistenza contro il racconto istituzionale, che troppo spesso liquida la strage di genere come un insieme di “raptus” o semplici fatti di cronaca nera. 

È in questo solco che, nel 2020, NUDM crea l’Osservatorio Nazionale Femminicidi, Lesbicidi e Trans*cidi (FLT). Questo server autogestito è la risposta necessaria a un vuoto di Stato intenzionale: mentre le istituzioni faticano a categorizzare correttamente le violenze basate sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale, NUDM ha costruito una casa per i dati che il potere preferisce ignorare. La sigla FLT non è un orpello tecnico, ma il cuore di una metodologia rigorosa: includere esplicitamente i lesbicidi e i trans*cidi significa rifiutare di rendere invisibili quelle soggettività che sfidano le norme dell’ordine etero-cis-patriarcale, sottraendole all’oblio statistico e alla violenza del misgendering istituzionale. 

Trasformare il dolore in dati è una forma di mobilitazione transfemminista che si ispira ai principi del Data Feminism: le vittime possono riappropriarsi del digitale ed usarlo a proprio favore. Le mappe e le tabelle dell’Osservatorio, che mostrano dove si verificano le violenze in ogni regione e città, non sono una fredda contabilità, ma la prova visibile di un massacro che avviene ovunque. Questa tecnologia smette di essere solo uno strumento di controllo e diventa una fonte di mobilitazione permanente. 

I dati raccolti fino ad oggi confermano una traiettoria brutale: dal 1 gennaio all’8 settembre 2026, l’Osservatorio registrava già 69 casi di morti indotte da violenza patriarcale, tra cui 56 femminicidi, 3 suicidi indotti di donne, 1 omicidio di un ragazzo, 8 casi in corso di accertamento e il suicidio di una ragazza trans, Beatrice, di soli 14 anni, vittima di bullismo e discriminazione transfobica. L’assenza di lesbicidi accertati in questi primi mesi del 2026 conferma quanto sia ancora profonda l’invisibilità di queste aggressioni, che spesso non vengono nemmeno riconosciute come tali dalle cronache. A queste vite spezzate si aggiungono almeno 92 tentati femminicidi riportati dalle cronache, evidenziando una realtà che le statistiche ufficiali stentano a catturare interamente. 

Lo scarto numerico tra queste rilevazioni e quelle istituzionali rivela l’urgenza di una lente transfemminista capace di svelare l’invisibile. Mentre i dati statali del 2025 descrivono una diminuzione degli omicidi volontari di donne (scesi al 34% del totale rispetto al 40% del 2022) e il Viminale conta 158 vittime in ambito familiare, l’Osservatorio NUDM sceglie di guardare oltre la superficie, contando la matrice patriarcale e sistemica dietro ogni decesso. Questo significa includere soggettività che lo Stato spesso ignora o misgendera nei verbali, come nel caso di Beatrice, e riconoscere che la violenza non è solo l’omicidio diretto, ma anche l’induzione al suicidio. Tale cecità istituzionale è radicata in un panorama di leggi complesso e ancora pieno di ombre: sebbene la recente Legge 181/2025 abbia istituito il delitto di femminicidio (art. 577-bis c.p.) imponendo una relazione annuale al Ministro della Giustizia entro il 30 giugno, la sua efficacia resta una sfida finché il monitoraggio non sarà davvero intersezionale. 

Il problema è radicale, e investe anche la Legge 53/2022: nata per potenziare la raccolta dati, questa sbatte contro il muro di una visione biologica e binaria legata ai documenti d’identità, che esclude le soggettività non-binarie e nasconde il movente d’odio patriarcale. Lo scarto è tutto qui: dove lo Stato si limita a una fredda contabilità anagrafica di “omicidi di donne”, l’Osservatorio FLT compie un atto di resistenza, dando voce a chi resta escluso dai registri ufficiali.

La lotta contro il femminicidio non può prescindere dal contrasto a ogni forma di discriminazione fondata sul genere, sull’identità di genere e sull’orientamento sessuale: la cultura che vuole possedere il corpo di una donna è la stessa che marginalizza e aggredisce le persone trans* e lesbiche e, finché ci sarà qualcuno che decide quale identità è normale e quale no, nessunə sarà davvero al sicuro. Questi dati sono la mappa in un campo di battaglia: ricordano che dietro ogni numero sui server ci sono veri corpi e vere storie. 

Ogni riga di questo archivio è una responsabilità che dobbiamo prenderci tuttə e portare nelle strade. I dati senza un racconto restano muti, ma la nostra rabbia senza i dati rischia di restare invisibile. Mobilitarsi oggi significa fare in modo che ogni informazione digitale diventi carne, voce e lotta politica. 

Contiamoci per esistere e per ribaltare il sistema: perché finché anche un solo corpo sarà considerato eliminabile, i nostri dati saranno, prima di tutto, uno strumento di fiera resistenza 

Fonti

Immagine di copertina da dinamopress.it