Nato a Venezia nel 1924, Franco Basaglia studiò medicina e si specializzò in psichiatria. Dopo l’università iniziò a lavorare negli ospedali psichiatrici italiani – o come erano chiamati allora, manicomi – luoghi che erano più simili a istituzioni di reclusione che a spazi di cura. 

Nel 1961 divenne direttore dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Qui iniziò una trasformazione radicale: abolì camicie di forza e molte altre pratiche coercitive, aprì i reparti chiusi, avviò assemblee di pazienti e operatori e restituì ai ricoverati diritti elementari come parola, movimento e relazione. Per Basaglia la malattia mentale non poteva essere separata dalla dimensione sociale e politica della vita delle persone. 

All’inizio degli anni Settanta proseguì questo lavoro a Trieste, dove la sua rivoluzione prese una forma ancora più concreta. Nel 1973, Basaglia invitò nell’istituto il poeta e uomo di teatro Giuliano Scabia, che avviò un laboratorio con i pazienti per restituire loro spazio di espressione e creatività. Attraverso disegni, canzoni e costruzioni di cartapesta nacque Marco Cavallo, un grande cavallo azzurro ispirato al vero cavallo che un tempo trasportava la biancheria del manicomio e rimasto nella memoria dei ricoverati. Costruito collettivamente da pazienti, operatori e artisti, il cavallo uscì dal manicomio attraversando la città: un gesto teatrale che divenne simbolo della liberazione dall’istituzione manicomiale e del processo di apertura avviato da Basaglia.

Come scrisse in L’istituzione negata (1968): «La libertà è terapeutica.» 

Le sue esperienze di Gorizia e Trieste contribuirono al movimento di riforma della psichiatria italiana che culminò nella Legge 180 del 1978, conosciuta come Legge Basaglia, che decretò la chiusura dei manicomi e introdusse un nuovo sistema di assistenza territoriale. 

Franco Basaglia morì a Venezia nel 1980. Con il suo lavoro aprì una breccia nel modo in cui la società guarda alla salute mentale, ricordando che la cura non può esistere senza dignità e diritti.

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