Da mesi social media e riviste di settore si scapicollano per impartire l’estrema unzione al clubbing, e la discussione, come ormai ci siamo tristemente abituati, si cristallizza in una polarizzazione generazionale tanto strenua quanto sterile.

Da una parte i nostalgici (anagraficamente io appartengo a questa categoria), coloro che, nella loro narrazione, hanno avuto la fortuna di vivere l’età dell’oro dei club, i mitici anni 90, quando house e techno, nate negli States a metà del decennio precedente, invadono l’Europa a colpi di cassa dritta e ecstasy, rivoluzionando la cultura giovanile e le sue forme di aggregazione. Dall’altra una nuova generazione infatuata di social media, dating app e comunità on line che taccia senza mezzi termini i propri detrattori di boomerismo.

Ma cosa si intende di preciso per crisi del clubbing? Il primo aspetto è estremamente concreto: da Londra a Berlino sono moltissimi i club anche storici che hanno chiuso i battenti spesso per gli effetti della gentrificazione: imborghesimento del quartiere e conseguenti esigenze di ordine e quiete; speculazione edilizia e rincaro degli affitti. A questo dato si aggiunge il famigerato disinteresse della Gen Z nei confronti di alcol , droga e sesso, tre costanti preponderanti nella nightlife dagli anni 70 in poi, costanti ora sublimate dall’uso di social media, dating app e da un fantomatico anelito verso una vita lontana dagli eccessi. 

Infine l’aspetto che per molti è il più importante ovvero lo svuotamento, l’appiattimento, la crescente commercializzazione di una cultura che è sempre stata considerata underground o di nicchia, anzi: di nicchie, tenendo presente quante sottoculture giovanili sono ascrivibili all’idea generica di clubbing. Ed è proprio questa diversità che sembra essere a rischio di estinzione, a causa degli onnipresenti social guidati da algoritmi prezzolati che premiano parametri che hanno poco a che fare con originalità, innovazione e qualità, creando trend tanto virali quanto effimeri, in una perenne distrazione che fatica a conciliarsi con i tempi della sedimentazione e dell’approfondimento. Un esempio su tutti è la durata media dei brani musicali ormai ridotti a un paio di minuti.

Si tratta di fenomeni sociali complessi, che non ho certo la pretesa di saper decifrare pienamente, tanto più che, trovandoci ancora nel bel mezzo di questi cambiamenti, mancano la necessaria distanza per un’analisi lucida e degli strumenti precisi: ne sono un esempio i recentissimi studi sugli effetti dei social media sul nostro cervello e sui nostri comportamenti, un aspetto non secondario anche in questa storia.

Nel giro di pochi anni, i social media hanno riscritto le nostre abitudini e il clubbing non è rimasto immune da questo processo. Promuovere un evento, una release, un dj, oggi implica strategie completamente diverse rispetto anche solo a 10 anni fa. Un brano famoso degli anni 80 cantava Video killed the radio star, e ora, 40 anni dopo, ci si chiede se davvero Tik Tok killed the club.

Qualche esempio concreto? Inizierei dall’ultimissima tendenza, quella del cosiddetto soft clubbing, una sorta di brunch in cui un dj seleziona musica in un bar, la domenica mattina fino al tardo pomeriggio, mentre si balla tra un matcha latte e Dubai chocolate. La nightlife cambia orari, e ironicamente riscrive il significato della parola “pasta” a favore di un’accezione molto meno divisiva. E sebbene non si possa parlare di una vera novità (anche io andavo a ballare la domenica pomeriggio quando avevo 14 anni, e ho continuato a farlo a 18 negli after hours), questa versione clean della discoteca fa sbadigliare più di qualcuno.

Si muovono invece in un senso più elitario i famigerati listening bar, locali che offrono un’esperienza intima e rilassata, cocktail ricercati, design minimale e ascolto di musica rigorosamente su vinile riprodotta su impianti Hi-Fi. Questa «rivoluzione copernicana dell’uscire la sera» almeno secondo il Rolling Stone, a me pare un’operazione sospesa tra nostalgia e un certo snobismo autocompiaciuto da veri intenditori, con mocassini di Gucci. Di ballare e sudare non se ne parla, è roba da maranza.

Ed è interessante che proprio la caratteristica principale del club, il ballo, sia divenuto un elemento accessorio per molti. Un altro esempio in questo senso, che non manca mai di suscitare indignazione sui social, è quello dei grandi eventi, con sponsor importanti e migliaia di persone immobili con lo smartphone in mano intente a filmare lǝ dj o se stesse per postare sui propri social. Insieme al ballo viene così liquidato anche il senso più profondo del clubbing, che da evento collettivo che tuttavia lasciava fuori dalla porta il resto del mondo per garantirsi il massimo della privacy e il massimo di libertà (di esprimersi, di fare sesso, di assumere droghe, di abbandonarsi alla musica), passa ad essere un momento autoreferenziale, performativo, controllato, davanti al quale è davvero impossibile non porsi delle domande. Non è un caso se molti club hanno adottato una politica no mobile come argine a questo fenomeno.

Provando a concludere: siamo di fronte a una profonda trasformazione del clubbing e a una drastica rilettura di alcune sue istanze originarie.

Molti di questi cambiamenti a me ricordano in un certo senso i processi di gentrificazione urbana da cui siamo partiti: un progressivo imborghesimento commerciale, decoroso, quieto, sicuro. Riassume bene questa mia idea un recente reel che promuoveva un evento di soft clubbing a Milano con Linus e Jovanotti, nel quale una ragazza si dichiarava felicissima di poter ballare di giorno e non di notte, commentando «qui la gente profuma!». Ecco, per me invece il club «ha da puzza’».

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