Il 22 e il 23 marzo siamo chiamate a uno dei doveri più nobili delle democrazie, la partecipazione a un referendum costituzionale. È un referendum confermativo per cui, votando SÌ, si approva la modifica della Costituzione operata dalla maggioranza parlamentare di estrema destra; votando NO, al contrario, ne si blocca l’entrata in vigore. Importante sottolineare che, trattandosi di un referendum costituzionale, non è previsto un quorum: indipendentemente da quante persone si recheranno alle urne, l’esito del referendum sarà valido e determinato dalla maggioranza dei voti espressi.
La materia su cui dobbiamo votare non è delle più semplici perché, nel mare magnum dell’etichetta “giustizia”, si annidano questioni composite e molto tecniche: separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati requirenti, divisione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) in CSM giudicante e CSM requirente, riforma dei criteri di individuazione e selezione dei membri del CSM, istituzione di un’Alta Corte disciplinare a cui attribuire giurisdizione disciplinare nei confronti dei magistrati.
Ma, esattamente, perché noi frocie dovremmo recarci alle urne? Noi viviamo già in uno stato di quasi-diritto in cui di giusto esiste poco o nulla. Non c’è giustizia nella disciplina dei nostri legami familiari e sfamigliari, tutelati dalla pallida legge Cirinnà, compromesso a ribasso giocato a discapito dei nostri corpi e delle nostre relazioni. Non c’è giustizia nei nostri percorsi di affermazione di genere, ancora affidati alla legge 164/1982, rivoluzionaria ma ormai sorpassata dalla vita. Non c’è giustizia nella difesa delle nostre soggettività: ricordiamo bene le risate con cui il Parlamento, lo stesso che oggi manomette la magistratura, ha affossato il già omeopatico DDL Zan. Come donne, come sierocoinvolte, come povere, come ereditiere delle macerie del mondo, viviamo già in una dimensione in cui giustizia sociale e ambientale non sono che sogni frustrati e frustranti.
Cosa dovrebbe fregarcene del fatto che le carriere dei magistrati siano separate o meno? Che ci importa di decidere se i membri del CSM vengono individuati per sorteggio?
Questo tipo di ragionamenti altro non sono che l’olio di ricino del benaltrismo, medicina che ci viene somministrata goccia a goccia da che abbiamo memoria, perché c’è sempre qualcosa di più importante e urgente dei diritti di noi frocie. Ma, si sa, decidiamo noi con quali droghe sballarci e l’humus culturale del conservatorismo è giusto un trip venuto male.
Per questo andremo ai seggi comunque e lo faremo con cuore un pochino più leggero: grazie alle compagne del Gruppo Trans e alla loro iniziativa Io sono io voto, non dovremo più subire la violenza dei registri divisi per genere.
Andremo ai seggi e voteremo NO. No, perché è una riforma scritta male, frettolosamente, che mette a rischio uno degli elementi cardini delle democrazie: la divisione dei poteri. No, perché gran parte dei contenuti sostanziali della riforma vengono rinviati ai decreti attuativi, di cui sappiamo poco o nulla. No, perché, per la prima volta nella storia della Repubblica, una riforma costituzionale è passata al vaglio del Parlamento senza emendamenti e senza il coinvolgimento delle opposizioni: non è da noi alzare il braccio destro gridando “Signorsì signora!”; preferiamo il dissenso, dentro e fuori dalle cabine elettorali, per prenderci tutto ciò che è nostro, giustizia compresa.
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