Il caso di Gertrude Stein

Bad Gays è un podcast in inglese che riflette sulle figure queer della storia, ma non per osannarle, bensì per svelarne i lati oscuri. Il presupposto è che il mondo queer, troppo preso dalla ricerca di icone, tenda a dimenticarsi delle figure ambigue, se non addirittura criminali, appartenenti alla comunità LGBTQ+. Ci pensano però Huw Lemmey e Ben Miller, conduttori del podcast, a raccontarcele.

Personaggi con un passato disturbante, complicato e ambivalente, tra cui troviamo Francis Bacon, Alberto Vittorio duca di Clarence e Avondale, Truman Capote, Benjamin Britten, Morrissey degli Smiths e molt* altr*, più o meno not* e più o meno recenti.

Il podcast è iniziato nel 2019 ed è ora alla sua quinta stagione. Tra le molte puntate disponibili, ci interessa parlare di quella su Gertrude Stein, famosa scrittrice e collezionista d’arte (1874-1946). Stein nasce in Pennsylvania da una famiglia ebrea germanofona trasferitasi prima a Vienna e poi a Parigi per avvicinarsi alla cultura europea. Tornata negli Usa in Oklahoma, Stein, diciassettenne, resta orfana di entrambi i genitori. Con il fratello Leo si sposta a Baltimora, ospite da parenti commercianti d’arte molto benestanti, legandosi a due cugine che collezionano quadri di Picasso, Cézanne e artist* loro contemporane*.

Gertrude Stein e Alice Toklas

Negli ultimi anni dell’800 studia con lo psicologo William James, grazie al quale scopre la teoria del flusso di coscienza che lei poi applicherà alla narrativa.

Eccentrica nell’abbigliamento e nei modi sin da allora, Stein tiene lezioni in circoli di donne denunciando la dipendenza economica e l’asservimento femminile nascosti nell’istituzione matrimoniale. È tra le prime ad avanzare l’interpretazione del matrimonio come cessione del proprio corpo, ipersessualizzato, in cambio del mantenimento materiale. Sebbene sia vista come una pioniera queer, Stein purtroppo riproponeva lo stesso modello misogino nel porsi in relazione alle altre donne.

Dopo un soggiorno parigino accompagnata dal fratello Leo e passato a collezionare insieme opere d’arte, nel 1914 il sodalizio familiare si rompe e Leo si trasferisce a Settignano, vicino a Firenze, portando con sé una buona quantità di quadri contro il parere della sorella. 

Ma la vera ragione della separazione, definita «acrimoniosa», pare sia stata la donna, anch’essa ricca ed ebrea, con cui Stein inizia la relazione più importante della sua vita: Alice B. Toklas, meglio nota come autrice del Libro di cucina di Alice Toklas – uscito nel 1954, dopo la morte della compagna – nel quale le ricette sono mischiate ai ricordi di 40 anni di relazione con Gertrude.

Stein e Toklas convivono e ospitano regolarmente artisti e scrittori modernisti nel loro salotto: mentre Stein si intrattiene con loro, Alice passa il tempo con mogli e compagne in una camera separata

Ѐ da qui che Stein inizia a pubblicare: il podcast passa brevemente in rassegna contenuto, stile e ricezione delle sue opere. Tra queste, la più accessibile, venduta e apprezzata è Autobiografia di Alice B. Toklas, del 1933.

Scritta da Stein per mere ragioni economiche in sole sei settimane e pubblicata a nome proprio, è un’autobiografia innovativa in chiave modernista e lesbica, che usa come pretesto la vita della compagna per parlare della propria.

Successivamente, Stein appoggia le idee espresse nel libro Sesso e Carattere di Otto Weininger, un testo sessista e antisemita che non può che alimentare la sua misoginia già messa in luce in precedenza. 

Stein del resto diceva di non essere come le altre donne e nemmeno come gli altri ebrei: identificandosi con un uomo e volendo essere lei stessa assimilata a un uomo, è difficile considerarla una paladina del femminismo.

Inoltre la scrittrice fu decisamente reazionaria in campo politico, molto critica verso il New Deal di Roosevelt e sostenitrice di Franco nella guerra civile spagnola. In un’intervista al New York Times arrivò ad affermare che Hitler meritava il Nobel per la pace perché avrebbe rimosso tutti gli elementi di contrasto e destabilizzanti dalla Germania, inclusi gli ebrei di sinistra, riportando l’ordine in un Paese incapace di autodeterminarsi. 

La sua versione di pace pare ridursi all’assenza di conflitto e alla cieca obbedienza. L’unica alternativa al totalitarismo, per Stein, è l’anarchia violenta, in special modo per una società come quella tedesca, in grado solo di obbedire.

Allo scoppio della guerra, Stein e Toklas ottengono un passaporto speciale per proteggere la loro collezione d’arte dalle bombe, e vivono in una piccola città francese, dove ricevono visite da partigiani ma anche da un certo Bernard Faÿ, direttore della Bibliothéque Nationale, gay e collaborazionista, poi condannato durante la Liberazione. Faÿ conosceva Stein dagli anni ‘20 e nelle sue memorie si definisce suo amico e protettore durante la guerra. Stein appoggia apertamente il governo di Vichy, anche dopo aver assistito ai rastrellamenti e alle deportazioni di civili ebrei. 

La misoginia e l’antisemitismo di Stein risultano stupefacenti solo se non si tiene conto del suo vigoroso senso di entitlement, ovvero la convinzione di aver diritto a qualunque privilegio in virtù del suo essere intelligente, di buon gusto, e speciale, nonché ricca. 

Se non fosse morta nel 1946, Stein probabilmente sarebbe stata oggetto di forti critiche dopo la Liberazione. Non sapremo mai se le sue convinzioni, così radicate, avrebbero vacillato. È stato un bene? È stato un male? Il podcast non dà una risposta e chiude anche questa puntata lasciando chi ascolta con una domanda aperta: come affrontare l’opera di un’autrice così controversa?

Immagine in evidenza da badgayspod.com, immagine nel testo da wikipedia.org