Ad oggi, mentre USA ed altri governi occidentali si dilettano a innescare nuovi conflitti creando più distruzione e dolore in varie parti del mondo, mentre le destre europee dilagano in Europa e il fascismo si diffonde sempre di più come ideologia penetrando nei governi e prendendo la forma di movimenti, ddl, decreti sicurezza, repressioni violente e quant’altro, i nostri corpi e i nostri uteri si confermano come veri e propri campi di battaglia su cui il potere misura la propria forza. La gestione politica della riproduzione diventa, infatti, lo specchio della gestione militare del mondo: parlare di aborto non è solo una questione di salute pubblica, ma è un atto di resistenza antifascista, antirazzista e transfemminista.
Il panorama globale del 2026 ci restituisce un’immagine fratturata sull’accesso all’aborto. Se da un lato l’onda verde latinoamericana continua a scuotere le coscienze, dall’altro lato in paesi come l’Argentina il presidente Milei ha definito l’aborto un omicidio aggravato e ha espresso più volte la volontà di abrogare la legge. Nel corso del 2024 e del 2025, il suo governo ha presentato proposte di legge per criminalizzare nuovamente la pratica dell’aborto e ha attuato tagli drastici ai fondi per la salute riproduttiva.
Se guardiamo agli Stati Uniti, invece, a quasi quattro anni dall’abbattimento della sentenza Roe v. Wade del 1973, ben quattordici Stati hanno applicato un divieto totale sull’aborto, costringendo migliaia di persone a spostarsi verso stati pro aborto, come la California.
A livello mondiale la geografia dei diritti riproduttivi disegnata dalla World’s Abortion Laws Map del Centre for Reproductive Rights ci restituisce un’immagine di profonda ingiustizia sociale: sebbene circa il 36% della popolazione femminile globale (oltre 700 milioni di persone) viva in paesi dovel’aborto è disponibile su richiesta, per accedervi restano barriere insormontabili per oltre un miliardo di persone. Il 25%, infatti, vive in contesti dove l’accesso è subordinato a interpretazioni variabili dell’espressione «benessere socio-economico». Dietro queste percentuali si nasconde la realtà di corpi che devono negoziare la propria libertà con lo Stato, spesso scontrandosi con limitazioni gestazionali rigide o con la clandestinità forzata.
Se restringiamo la prospettiva al panorama europeo, nonostante la campagna recente con forte impatto mediatico di “My Voice, My Choice”, che ha visto il consenso di tanti soggetti politici europei,in molti Stati membri dell’UE l’aborto non è ancora legalizzato e di conseguenzal’accesso all’IVG non è garantito. La libertà di scelta non può dipendere dalla possibilità di pagarsi un volo o un treno ma deve essere radicata nel territorio, nei consultori (nel caso dell’Italia), negli ospedali e, perché no, anche nelle nostre case.
In Italia, la Legge 194/78 mostra tutti i suoi anni. Sebbene l’aborto farmacologico abbia finalmente superato quello chirurgico tra il 2025 e il 2026, secondo i dati dell’OMS del 2025 l’ostacolo principale resta sempre l’obiezione di coscienza. Inoltre, non tutte le regioni permettono l’accesso all’IGV fino alla 9 settimana. In regioni come la Sardegna, più della metà delle figure mediche preposte alla pratica fa obiezione di coscienza, percentuale che in Sicilia raggiunge l’80% e in Molise è ancora più alta.
A questo si aggiunge l’offensiva reazionaria: la presenza dei movimenti pro vita nei consultori risulta sempre più pervasiva e sostenuta dal clima politico corrente.
Anche nella nostra «isola felice», l’Emilia-Romagna, la situazione, sebbene virtuosa rispetto ad altre regioni d’Italia, risulta bloccata e poco chiara rispetto all’aborto per telemedicina. La determina regionale n. 21024 del 2024 prometteva l’aborto farmacologico a domicilio con monitoraggio in telemedicina. Sulla carta, una bellissima avanguardia, ma nella realtà risulta ancora un percorso nebbioso e poco trasparente per le persone gestanti che vogliono accedere all’IVG e che non conoscono l’esistenza di questa modalità. Le informazioni su quali servizi nel territorio emiliano-romagnolo permettano di prendere la seconda pillola (misoprostolo) da casa sono scarse.
Come Mujeres Libres, crediamo che il giorno dell’8 marzo e sempre sia fondamentale ricordare che l’aborto deve essere accessibile per tutte e tuttə: donne cis, ma anche persone trans e non binarie, persone migranti o razzializzate, e persone grasse.

Vogliamo che l’aborto sia decolonizzato e in quanto tale gratuito e accessibile per persone italiane e straniere, anche senza tessera sanitaria, e soprattutto senza che le differenze linguistiche, culturali o semplicemente di colore, creino barriere nelle informazioni sul suo accesso, impattando così anche sulle tempistiche dell’aborto.
Vogliamo che l’aborto sia antifascista: perché il controllo delle nascite è il pilastro di ogni regime fascista che vuole proteggere il concetto di nazione a spese della libertà individuale e perché i discorsi sulla natalità di questo governo ci sembrano molto pericolosi.
Vogliamo che si abortisca senza tutti i pregiudizi squisitamente patriarcali e polarizzanti che ci vogliono madri per forza o colpevoli per scelta.
Vogliamo una medicina che sappia ascoltare, non solo prescrivere. Crediamo in un percorso di cura dove il volere e la prospettiva della persona gestante sia il centro nevralgico di ogni decisione, rompendo quel rapporto gerarchico che ci vorrebbe spettatrici passive dell’agire sui nostri corpi.
Pretendiamo la piena attuazione della telemedicina in Emilia-Romagna, chiediamo dei trattamenti più giusti e umani verso le soggettività gestanti che accedono al servizio, chiediamo anche che vengano colmate le disparità tra regioni nell’accesso, ponendo un limite (e facendolo rispettare) agli obiettori di coscienza.Aborto significa sottrarre le nostre vite alla gestione patriarcale, praticare l’autodeterminazione come atto di ribellione quotidiana e riappropriarsi di quei corpi che non accetteremo mai di vedere ridotti a campi di battaglia o strumenti dello Stato. Insieme ad altre collettive e movimenti sul territorio, vogliamo continuare a lottare per una società transfemminista, libera dai pregiudizi e padrona del proprio desiderio.
Immagine in evidenza: Silvia Governa per Piena

Perseguitaci