La street art nasce da una necessità di espressione individuale e collettiva, al di là delle logiche mercantili del territorio. È sfogo sociale e voce politica. Tra gli esempi storici figurano Banksy, Blu, Ozmo, Ivan il poeta e altri artisti più vicini alla pop-up culture come Pao, Bros o Cibo. L’arte urbana accoglie linguaggi diversi, spesso nati dal bisogno di esprimersi senza la pretesa di essere pienamente intellegibili.
A Milano si è cercato di distinguere tra street art e decorazione attraverso una serie di convegni a Macao: la prima è libera espressione di sé, la seconda, pur innovando rispetto alla decorazione classica, resta legata alla logica della domanda e dell’offerta. Già da qui emerge il ruolo sociale dell’artista.
I contenuti sociali che la street art può abbracciare sono molteplici e spesso in collaborazione con enti e collettivi impegnati nel sociale o nella politica. In questi casi, l’artista presta la propria opera a un messaggio condiviso, partecipando alla progettazione attraverso incontri e laboratori con la cittadinanza. Il risultato è un’opera nata dal territorio e non imposta dall’alto.
Durante le mie lezioni amo mostrare le opere di Blu per evidenziare come un’immagine possa comunicare con chiarezza un concetto complesso. Da qui spesso nasce un dibattito sulla legalità dell’opera: «se mi trovassi la casa dipinta, non sarei contento!». È il punto di partenza per riflettere sull’arte come forma di protesta e denuncia che non chiede permesso per esprimersi.
Emblematico in questo senso è il ruolo della superficie: il muro. Fatto di mattoni o cemento, rappresenta una limitazione della libertà individuale, un simbolo di potere e possesso. La mia casa, il mio ufficio: più alti sono i muri, più si riduce la libertà — basti pensare a carceri, fabbriche o palazzi aziendali concepiti per celebrare la potenza di chi vi opera.
In questo contesto la street art, come il writing, si inserisce in modo selvaggio e irritante per chi difende la proprietà privata come valore inviolabile. Eppure questa inviolabilità ha modificato territori, cancellato vite, trasformato paesaggi e privato le persone del “bello” nel vivere quotidiano.
Non si parla di bellezza estetica nel senso pubblicitario, costruita per stimolare il consumo, ma di un’altra forma di bello: quello che nasce dal bisogno di affermare sé stessi e le proprie idee. Dipingere un muro in modo libero significa riappropriarsi di uno spazio, lasciare un segno, un’opinione o una forma che non deve necessariamente piegarsi al bello imposto dalla società dei consumi.


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