Lettera di una lettrice combattuta: “Cara Falla, l’altro giorno guardavo un programma di attualità in televisione e la mia giornalista preferita ha contestato la narrativa di Trump. Ma ha scritto pure dei romanzi? Chat GPT non ha saputo darmi una risposta, aiutatemi voi.”
Cara lettrice – della Falla e anche, da quanto capisco, di narrativa – capisco molto bene la tua agitazione. Una volta ero in viaggio in India e la guida locale mi disse che l’unica cosa buona che avevano fatto gli inglesi era quella di aver portato una lingua comune in un Paese in cui le lingue nazionali oggi sono almeno 22. Non sono nessuno per dissentire, ma penso che oggi i danni degli inglesismi quasi eguaglino il passato coloniale che rappresentano.
L’uso che descrivi di narrativa, infatti, è un calco dell’inglese narrative, e come a penetrare quanto quei false friends che odiavamo a scuola, nel dibattito pubblico ha ormai quasi sostituito quello che in italiano sarebbe il termine adatto: narrazione. Per la Treccani la narrativa è un genere letterario che comprende testi appunto narrativi, che abbiano carattere di invenzione. Mentre la narrazione è in effetti l’atto di raccontare, ed è più legato alla costruzione di immaginari. Ne consegue purtroppo che non ci resta che aspettare: forse molto presto, come è successo per il “ma però” e sta per succedere forse per il “piuttosto che”, immagino che la crusca stessa possa decidere di cambiare la propria narrazione, in prospettiva di una nuova narrativa. Dopotutto si sa, l’etimo muore, mentre la lingua vive sulle nostre labbra.
Illustrazione di Claudia Marulo
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