TERAPIE RIPARATIVE: FACCIAMO IL PUNTO

COME AGISCONO LE SEDICENTI TERAPIE DI CONVERSIONE E PERCHÉ LE/GLI TERAPEUT* DEVONO ESSERE FORMAT* SUI TEMI LGBT+

di Alessandro Loforte, psicologo – psicoterapeuta

È di poche settimane fa la notizia di un grande passo avanti fatto dalla Germania nel lungo percorso di depatologizzazione dell’omosessualità e della transessualità: l’approvazione di una legge che vieta  esplicitamente le cosiddette terapie riparative per le/i minorenni volte a modificare l’identità di genere o l’orientamento sessuale. 

Segue poco tempo dopo, in Albania, una presa di posizione molto dura dell’Ordine degli Psicologi contro queste pratiche, segno che il cambiamento di paradigma della psicologia è sempre più netto.

Per quasi un secolo infatti l’omosessualità è stata teorizzata dalle scienze psicologiche come un danno da riparare, una stortura nello sviluppo emotivo e sessuale della persona. Le spiegazioni di questa “devianza”, portate avanti negli anni, sono state quelle già offerte dalla primissima psicoanalisi: identificazione eccessiva con la madre e/o rapporto problematico con il padre (perché ovviamente si parla quasi sempre di omosessuali uomini).

La scienza però ha il grande merito di mettersi continuamente in discussione. Già nel 1980, nella terza edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), uno dei manuali diagnostici più utilizzati, viene rimossa l’omosessualità come categoria diagnostica, lasciando il posto alla sola “omosessualità egodistonica”, anche se bisognerà attendere il 1990 perché l’Organizzazione Mondiale della Sanità rimuova ufficialmente l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Questo importante passo ha segnato un cambio di paradigma fondamentale, che purtroppo non ha coinvolto tutte le professioniste e i professionisti.

Per alcune e alcuni di loro ancora oggi, a trent’anni da quello storico cambiamento, a nulla sembrano valere le numerose ricerche scientifiche che dimostrano non solo l’inefficacia delle cosiddette “terapie di conversione”, ma anche gli effetti negativi che queste hanno sull’equilibrio psichico del paziente.

Le categorie a cui si possono iscrivere i tentativi di terapia riparativa sono essenzialmente tre.

Da una parte abbiamo le terapie di conversione vere e proprie, dette anche “terapie di riorientamento sessuale”, dove l’intento di “riportare” il paziente a una sana condotta eterosessuale è mossa da motivazioni ideologiche, morali e religiose. Essendo bandito ormai da anni dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Ordine Nazionale degli Psicologi, questo tipo di terapia può esistere solo in maniera nascosta, sommersa, essendo deontologicamente inaccettabile. In Italia non esiste ancora una legge che vieti esplicitamente questo tipo di terapie, ma l’ordine nazionale e gli ordini regionali si sono espressi  in tal senso molto chiaramente.

La seconda categoria racchiude quelle terapie non costruite con l’esplicita convinzione che l’omosessualità sia una malattia o una condotta moralmente esecrabile. Ciò nonostante in qualche modo prevale la convinzione che bisogna accogliere la domanda esplicita della o del paziente («Non voglio essere gay, lesbica, trans, etc.») e il suo principio di autodeterminazione. In tal senso si asseconda automaticamente la richiesta di sopprimere i propri desideri vissuti come sbagliati, colludendo in tal modo con il disprezzo che la o il paziente ha verso questa parte della sua  identità, piuttosto che indagare le motivazioni sottese a questa richiesta di “riconversione”.

Infine l’ultima categoria è quella più inconsapevole e ingenua, che probabilmente non è ascrivibile in toto a una terapia riparativa, ma su cui  in questo contesto è utile riflettere.

Si tratta di quei tentativi maldestri di voler lavorare con argomenti di cui si conosce poco o nulla. Purtroppo nella formazione per la professione di psicoterapeuta, alla trattazione delle tematiche LGBT+ è dato poco spazio. Molto spesso le e i pazienti con domande, dubbi, paure circa la propria identità sessuale (o quella dei loro cari) trovano psicologhe e psicologi impreparati a dare loro una risposta scientificamente valida, ma ricevono indicazioni basate più sul senso comune e su inconsapevoli pregiudizi interni.

Questa terza categoria di terapia riparativa non offre mai veramente un lavoro diretto alla “conversione” dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere, ma con risposte ingenue rischia di confondere maggiormente e di rafforzare inconsapevolmente il disgusto del o della paziente verso una parte di sé e di radicare l’aspettativa di una reale possibilità futura di eliminazione di tale parte.

È il caso, ad esempio, delle ancora comuni risposte come «Si tratta solo di una fase», troppo spesso utilizzate per rassicurare ancora prima di comprendere il percorso e la maturazione della persona circa la propria identità sessuale, confermando implicitamente  l’indesiderabilità di quella “condizione”.

Se per quest’ultima categoria di psicologhe e psicologi è sempre più necessaria una formazione che rientri a tutto diritto nel percorso di studi istituzionale, per gli altri casi diventa importante una legge nazionale come quella tedesca che segni in maniera forte il confine fra le terapie deontologicamente valide e quelle che invece rischiano di produrre seri danni psicologici, rinforzando senso di colpa e disprezzo di sé.

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