VERGINITÀ E RELATIVITÀ

Come definire la prima volta

di Francesca Anese

Verginità è, secondo qualsiasi vocabolario, la condizione di chi non ha avuto rapporti sessuali completi. Per secoli la società ne ha esaltato il mito, come valore da preservare, come qualità primordiale da difendere. Tuttavia, di tale dote non si ha un’immagine univoca e ben definita: infatti scade spesso in una limitata retorica patriarcale, diventando un vincolo più che una virtù.

In un panorama cis-eteronormativo viene immediato pensare alla perdita della verginità come al primo rapporto penetrativo vaginale, che se nel maschio provoca un cambiamento fisico minimo, nella femmina comporta la lacerazione dell’imene. Si può dunque considerare la rottura di una membrana, evento così meccanico e possibilistico, come espressione di un rapporto completo?

Perché è proprio la completezza la chiave di lettura del dibattito sulla verginità: raccontata come la fine della purezza e della propria integrità, come se un pezzo della persona scomparisse, non è altro che la perdita di una mancanza, la mancanza di un’esperienza sessuale che possa definirsi completa e che dunque vada ben oltre l’idea ristretta del sesso penetrativo. Il ventaglio di sfumature che può assumere, in particolare nel mondo queer, offre illimitate interpretazioni che si riassumono in una percezione personale e assolutamente soggettiva di cosa sia il sesso e in particolare il primo sesso.

Nel documentario the 36-yers-old-virgin di Skyler Braeden Fox, vengono riportati diversi pareri sulla verginità: non si crea una definizione, ma un vero e proprio collage di esperienze. Chi parla di doppia verginità a seconda del sesso del partner, chi considera “prima volta” il momento in cui ci si è sentiti a proprio agio nel condividere la propria intimità anche senza penetrazione, chi non riesce a ricordare un momento definitivo ma più step graduali. Uno dei ragazzi distingue ciò che ha provato durante il suo primo rapporto eterosessuale rispetto al suo primo rapporto omosessuale, giungendo alla conclusione che tanta è la diversità fra le sensazioni provate, che solo nel secondo caso si sente legittimato nell’utilizzare il termine “sesso”.

Ciò che emerge da questo variegatissimo quadro è l’importanza della presenza psicologica, dell’impatto della propria fantasia erotica con l’atto fisico concreto. Questo fa la completezza del rapporto: non la penetrazione, non la rottura di una membrana, nemmeno il raggiungimento dell’orgasmo, ma la sensazione di soddisfazione che consegue al sentirsi pronti a condividere qualcosa.

Nel 2014 l’artista Clayton Pettet aveva annunciato che avrebbe perso la verginità in pubblico destando scalpore nel mondo accademico e non. Il giorno dello spettacolo, dopo mesi di polemiche, i 150 candidati che erano riusciti a procurarsi il biglietto hanno assistito a una performance molto diversa da ciò che si aspettavano: invece di sedersi per assistere a una sorta di porno-gay, sono stati fatti accomodare in una stanza comune da dove, a uno a uno, venivano condotti in un ambiente più intimo nel quale si veniva a contatto con l’artista. Pettet porgeva loro una banana e apriva la bocca, lasciando allo spettatore l’incarico di sverginarlo. Lo spettacolo si configurava come una grande metafora e consisteva nell’intera organizzazione dell’idea: i mesi di attesa dove si raccoglievano i diversi pareri su come si sarebbe svolto il progetto, l’ansia di chi sarebbe riuscito a ottenere il posto per assistere, il trovarsi poi alla sprovvista nel momento di agire attivamente, e soprattutto la diversa reazione di ciascuno, l’impatto emotivo personale.

Per alcuni un dono da preservare, per altri un peso, un’invenzione sociale, qualcosa che fa paura, la verginità, in ogni caso, ha un valore relativo alla funzione che ricopre: “la prima volta che…”. La sua importanza è legata non all’unicità dell’esperienza, ma alla sua collocazione temporale, il primo di tanti contatti che avranno ciascuno un’importanza diversa.

Pubblicato sul numero 32 della Falla – Febbraio 2018.

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