VELATI E SVELATI: SABA, PASOLINI, PENNA

TRE MODI DIVERSI DI ESPRIMERE L’OMOEROTISMO

di Donatella Vinci

La storia della poesia omoerotica italiana del ‘900 è una storia di coraggio e paura, libertà, censura e autocensura, i cui effetti persistono, anche nei loro aspetti negativi, fino ai nostri giorni. Ancora oggi a scuola ci raccontano Umberto Saba come il poeta dell’amore coniugale, quello che dedica per tutta la sua vita poesie alla moglie: se poi queste stesse poesie sono impregnate di una strana e irriducibile malinconia che sfocia spesso nell’irrequietezza e nell’insoddisfazione, è dovuto  – ci dicono a una predisposizione alla tristezza innata nell’anima del poeta. Eppure Saba a questa sua malinconia sa dare un nome preciso, basta leggerli tutti, i suoi versi. In una sua poesia ci racconta che ancora a distanza di quindici anni non riesce a prendere sonno pensando al ragazzo che aveva frequentato nella sua giovinezza e specifica «che un’amicizia (oggi lo so) non era / era quello un amore; il primo». In un’altra poesia ci dice che la sua malinconia è di natura «amorosa» e che «non vede quello che vedono tutti / e quello che nessuno vede adora». Non ha senso contare le decine di apparizioni di «fanciulli» che le sue liriche contemplano, Saba sentiva che gli era concesso parlare del suo desiderio omosessuale soltanto a piccole dosi, ed esprimeva quella sua verità senza mai porla al centro, ma facendola brillare ai margini della sua poetica.

Seguendo un approccio e una sensibilità totalmente diversi, uno scrittore come Pier Paolo Pasolini, invece, con la sua omosessualità ci ha fatto a pugni per tutta la vita. Egli stesso l’aveva definita, da giovane, la sua «nemica», «l’Altro» che gli viveva «dentro». Sarebbe bello poter dire che col tempo ne maturò una concezione più felice e libera dai pregiudizi culturali e religiosi interiorizzati rispetto a quella così egodistonica del periodo giovanile, ma questo è vero solo in parte. Anche quando perverrà a una piena accettazione della sua condizione, sarà un’accettazione rassegnata e triste con continue ricadute nell’omonegatività più spinta. Nell’ultima opera cinematografica che produrrà prima della sua morte, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), l’omosessualità e il travestitismo saranno addirittura simboli della perversione e dell’orrore del potere fascista, insieme alla coprofagia e al sadismo.

Pasolini era figlio del suo tempo, verrebbe da pensare, un tempo, quello che va dagli anni ’50 agli anni ’70, in cui l’omosessualità era un tabù per la società italiana, era tacciata di immoralità e addirittura empietà, un tempo in cui gli intellettuali più illuminati la accettavano con commiserazione patologizzandola, come farà, per esempio, Elsa Morante nei suoi romanzi ancora fino agli inizi degli anni ’80, per non parlare di Alberto Moravia. Eppure, è nello stesso tempo di Pasolini (e Saba) che è vissuto Sandro Penna, il poeta che non ha mai velato nessuno dei suoi versi d’amore se non di raffinata delicatezza. Un scrittore moderno nel suo essere libero dai pregiudizi morali e nello stesso tempo antico nel senso della classicità dello stile, che rimanda alla tradizione degli epigrammi greci. Oggi chiameremmo il suo genere haiku, in riferimento alle poesie giapponesi capaci di farci visualizzare in pochissimi versi una o più immagini poetiche fulminanti. È un dato, questo della sua brevità, che si contrappone ai lunghi poemetti di Pasolini e che porta alle estreme conseguenze il gusto sintetico e a volte vago, allusivo, con cui Saba affrescava le sue scene. L’effetto di leggerezza che ne deriva è tale da rendere la poesia di Penna adatta anche ai gusti dei più giovani, nell’ottica di una sua auspicabile riscoperta nelle scuole. L’omosessualità non è più al margine del discorso, bensì il suo soggetto privilegiato. Il suo modo assertivo di raccontarla è paragonabile solo a quello del poeta americano dell’800, Walt Whitman (e per molti aspetti anche a quella di un altro Walter, il nostro contemporaneo e connazionale Siti). Nonostante Penna abbia trascorso quasi tutta la sua vita nell’indigenza, bandito dai salotti letterari proprio perché omosessuale, un’indomabile gioia di vivere pervade tutti i suoi versi, e anche quando viene descritta una «malinconia», è solo una sofferenza contingente dovuta al desiderio che resta inappagato per una sera. Con una poesia di soli due versi esprime tutta la sua pace interiore e la sua consapevolezza, rispondendo al moralismo della sua società e all’omofobia interiorizzata a diversi livelli dei suoi amici poeti omosessuali, come il velatissimo Gadda, e gli stessi Pasolini e Saba: «Il mondo che vi pare di catene / tutto è tessuto di armonie profonde.»

pubblicato sul numero 45 della Falla, maggio 2019

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