UNA MATRICE IDENTITARIA

La poesia tra espressione e autodeterminazione

di Francesco Colombrita

Ma chi, se gridassi, m’udrebbe, dalle schiere
degli Angeli?”

Dal 1999, per decisione di una Sessione della Conferenza Generale Unesco, il 21 marzo è stato sfilato dalle mani di Sant’Agostino Zhao Rong per divenire la Giornata Mondiale della poesia. Sulle motivazioni Giovanni Puglisi (Presidente Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco) spese alcune parole: “Tra le diverse forme di espressione e comunicazione, ogni società umana guarda all’antichissimo statuto dell’arte poetica come a un luogo fondante della memoria, base di tutte le altre forme di creatività letteraria e artistica”.

La letteratura occidentale stessa (in modo non dissimile da quella orientale), origina nella ripetizione orale e poi scritta di versi accompagnati da musica e condensati, forse intorno al VI sec a.C., nel primo testo della storia letteraria dell’Occidente: l’Iliade. Bisognerà aspettare molto tempo prima che la prosa cominci ad acquisire un’indipendenza stilistica tale da ritenerla adatta a una produzione artistica (non a caso quel testo che viene considerato madre del romanzo moderno – Don Chisciotte della Mancia – è datato XVII secolo).

Non sembrerebbe dunque eccessivo pensare alla poesia non solo come presenza antichissima ma quasi come matrice identitaria indissolubile dal genere umano nel corso del tempo. Proprio sulla natura di questo strumento espressivo che dalle rigide regole stilistiche, tipiche della sua origine, inizia a smarcarsi muovendo poi verso forme più libere e soggiogate all’individualità, si gioca il valore universale di parole che divengono il veicolo di messaggi profondi.

Critica alla società, rifugio dal mondo, affermazione di sé, parole scritte in piccoli taccuini e nascoste in una stanza. “Domandatevi nell’ora più cupa della notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta”. Questo diceva Rainer Maria Rilke a un aspirante poeta, lasciando trapelare una vicinanza tra quel bisogno primario di esprimere noi stessi e la necessità di scrivere. L’autodeterminazione come ingrediente primario dell’opera di colui il quale, per dirla con le parole Thomas Stearns Eliot, nello scrivere di se stesso scrive il suo tempo.

Nel corso della storia della poesia moderna, uno dei possibili fil rouge sembra proprio essere questo. Chi narra racconta qualcosa di sé. “Il primo studio dell’uomo che voglia esser poeta è la sua propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’impara” scriveva Rimbaud in una lettera a Paul Demeny nel 1871, giusto un paio d’anni prima che Verlaine esplodesse qualche proiettile contro di lui, con una pistola acquistata nel pomeriggio e apostrofata amabilmente “è per te, per me, per tutti”. L’eco del colpo di una vita di tutti i giorni che si riflette e riverbera nell’opera scritta: il primo, a seguito dell’evento, maturò la raccolta Una stagione all’inferno, portando a compimento i propositi della lettera del ’71 (“Il poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, egli esaurisce in lui tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza”); mentre il secondo scontò due anni di carcere per sodomia (e non per il tentato omicidio!) scrivendo tra un lavoro forzato e l’altro diverse raccolte che aprono una finestra sulle carceri dell’epoca (Mes prisons e Cellulairement).

Ciò che urge è affermarsi, ritagliarsi uno spazio nel tempo e nell’espressione, definendo i confini entro cui esistere. “Vi svelerò che i migliori soggetti letterari sono individualisti, lasciano uscire ciò che hanno dentro di loro, si danno una scossa completa e libero sfogo” suggeriva Whitman durante un’intervista, dichiarando quel che straripa dalla sua opera: un poeta dell’Io, dell’individuo, che usa i versi perché altrimenti non saprebbe come altro esprimersi. Tanta è la dolcezza che raggiunge in Noi due ragazzi che stretti ci avvinghiamo da rendere chiaro quale sia il ruolo della poesia per la sua penna, la quale spinge l’individualità ad accogliere il mondo esteriore: “Io canto l’individuo, la singola persona, / al tempo stesso canto la Democrazia, la massa […] canto l’Uomo Moderno”.

Una Giornata Mondiale della Poesia, oggi, può voler dire rievocarne almeno l’aspetto di libertà e autoaffermazione, diritti fondamentali che vanno reclamati a gran voce, con i più disparati mezzi possibili. Non solo certo per chi sente quel dovere di cui parlava Rilke ma soprattutto per coloro che si trovano dall’altro lato, desiderosi di accogliere come singole persone i versi di quei poeti la cui memoria racchiude il tempo, la storia e l’umanità. Senza dimenticare, dunque, un altro grande passo di Whitman “La poesia (come una grande personalità) è il frutto di molte generazioni – di molte rare combinazioni. Per avere grandi poeti occorre avere anche un grande pubblico”.

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