ROSA SBIADITO

Lo sport femminile e i media italiani

di Irene Moretti

Il 13 giugno di quest’anno, nelle Filippine, la nazionale femminile di basket 3×3 si laureava campione del mondo. Un risultato storico per la palla a spicchi italiana. L’indomani, 14 giugno, il principale quotidiano sportivo italiano – quello con le pagine rosa, per intenderci – dedicava a questa impresa un taglio basso e nemmeno in prima. Per avere un articolo dedicato alle ragazze della nazionale abbiamo dovuto aspettare luglio inoltrato. Troppo importanti i Mondiali di calcio. Troppo importante dedicare una pagina alle vacanze del centravanti argentino Mauro Icardi.

Nemmeno un mese prima, dopo la netta vittoria della nazionale di calcio femminile, allenata da Milena Bertolini, contro il Portogallo – che è valsa una qualificazione ai campionati mondiali che all’Italia mancava da quasi vent’anni -, le pagine rosa dedicavano alle azzurre lo stesso taglio basso dedicato alle donne del basket. Almeno questa volta in prima pagina. Magra consolazione? Manco per niente.

Le donne dello sport, italiane e non, per i media del Bel Paese quasi non esistono. Fate un esperimento. Prendete le prime pagine del quotidiano in rosa degli ultimi anni e fate un conteggio di quelle dedicate alle imprese sportive delle donne. Sono poche, vero? Facciamo un altro esperimento. Sfogliate tutto quel giornale e conteggiate quanti contenuti sono dedicati agli uomini – quasi esclusivamente del calcio – prima che si nomini una donna. Se troverete l’articolo intorno alla facciata 23, tutto sommato sarà stata una buona giornata. Di solito si ignorano del tutto.

Un problema solo del giornale con le pagine rosa? Affatto.

Per attirare l’attenzione su questa mancanza d’attenzione – perdonate la ridondanza – si sono dovuti verificare due eventi in concomitanza: l’Italia calcistica maschile che fallisce per la prima volta in cinquant’anni la qualificazione a un campionato del mondo e l’Italia calcistica femminile che – a novembre dello scorso anno – si gioca una storica qualificazione alla stessa competizione.

Il 28 novembre 2017, infatti, mentre le donne stavano per giocare una partita non decisiva ma determinante, contro il Portogallo, la tv pubblica italiana preferì mandare in onda una partita di Coppa Italia maschile tra squadre non di prima fascia e trasmettere la partita della nazionale azzurra l’indomani. Con oltre dodici ore di differita.

Per lo sport femminile pare che non ci sia mercato. Con le donne dello sport, insomma, si vende poco. Meno inserzioni pubblicitarie, meno telespettatori, meno copie.

Con un’importante eccezione: le gallery fotografiche dove le donne vengono mostrate non in base alle prestazioni sportive, ma per il loro aspetto.

Un esempio? Basta riportare le lancette indietro di un anno, durante i mondiali di atletica leggera di Londra dell’agosto 2017, quando le donne non sono state protagoniste sui giornali italiani per i loro risultati, ma considerate “campionesse di stile”. E via di servizi e gallerie fotografiche per evidenziare il trucco di Inika McPherson, le treccine e le ciocche colorate di qualche giamaicana o i glutei scultorei di chiunque sui blocchi di partenza.

La colpa sarebbe, secondo alcuni, attribuibile al fatto che il pubblico non è interessato. Come non lo era per il curling prima delle Olimpiadi invernali di Torino del 2006, dove invece registrò picchi d’ascolto pazzeschi.

La responsabilità è in parte nostra. E per nostra intendo soprattutto di noi giornalisti e giornaliste. Troppo facile e scontato prendersela con una società fondamentalmente machista e maschilista.Se la stampa detta parte dell’agenda e parte del linguaggio allora la nostra responsabilità, come giornalisti, è doppia. Lo è nel momento in cui decidiamo di relegare al margine basso la notizia della vittoria della nazionale della palla a spicchi 3×3 al campionato del mondo e lo è quando liquidiamo la vittoria delle italiane del tiro con l’arco come il quasi “miracolo delle cicciottelle”. È nostra responsabilità quando decidiamo di non trasmettere un incontro. Lo è quando le atlete vengono viste come donne-oggetto e non come professioniste.

Care colleghe, cari colleghi, la colpa è anche e soprattutto nostra: (ri)educhiamoci a parlare di donne e di sport e i lettori e le lettrici si (ri)educheranno con noi.

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