RIOT GRRL STYLE

IL RITORNO DEGLI ANNI ’90 TRA CONSUMISMO E FEMMINISMO

di Federica Perazzoli

Ogni anno si sente echeggiare – più o meno timidamente, da ogni dove – il ritorno della moda anni ‘90. E forse in questo ultimo anno c’è stato in effetti tale temuto ripresentarsi. L’eterno ritorno del somigliante ha però portato con sé un aspetto non trascurabile, il cosiddetto girl power, il femminismo nella sua terza ondata. Le Spice Girls furono l’esempio più mediatico e fruibile di quella decade, ma la fonte dell’estetica femminile anni ‘90 è da ricercare nella sottocultura delle Riot Grrl, menadi punk incazzate che portarono a termine una vera e propria rivoluzione culturale e artistica. Il loro dire (cantato, scritto o urlato) contro capitalismo, misoginia, società maschilista, canoni di bellezza, si legava in maniera indissolubile al loro stile – e, contrariamente a quanto afferma il proverbio, in questo caso l’abito faceva la monaca. 

Bikini Kill, La Tigre, due gruppi punk/rock al femminile, contaminarono l’estetica prettamente girly. I cuori (nelle stampe) diventarono spezzati, ci si riappropriò del colore rosa. Quello che ruotava vorticosamente intorno alle Riot Grrls era una cultura votata al do it yourself (Diy) e alla rivalsa della figura e del corpo femminile. Scarpe platform, crop top, texture zebrate, colori neon, corpi seminudi con scritto “puttana”. Questa era la divisa di una ragazza riottosa. 

In questi ultimi anni, ripartendo proprio da dove era iniziata, cioè gli Stati Uniti, la cultura Riot si è innervata prepotentemente negli scenari transfemministi, autonomi e queer. Seppur stando alle regole del gioco del sistema capitalista e industriale occidentale (ossia fast shopping, ossia prodotti a basso prezzo, ossia sfruttamento di lavoratrici e lavoratori nei Paesi non occidentali), la diffusione più o meno esplicita del pensiero femminista negli ultimi anni è stata così forte anche grazie al ritorno di una determinata moda, conseguenza del pensiero di un decennio. 

Che sia la più ridicola t-shirt con una stampa feminism o l’ultimo capo tirato fuori da un brand di fascia medio bassa, il femminismo è penetrato nel discorso pubblico anche attraverso questo fenomeno consumistico. 

Questo eterno ritorno ha fatto interrogare molte persone sulla provenienza storica di quanto stavano indossando – magari quella fascia di età nata dalla fine anni degli anni ‘90 in poi. In questo marasma di wannabe inebriate dal riottismo alla moda, qualche testa si scoprirà realmente interessata alla causa femminile? Dopo il femwashing il consumismo più puro ha scoperto il femminismo. Seppure tutto questo possa rappresentare il male fattosi reale, sarebbe altrimenti oggi questa quarta ondata di femminismo così viva e pulsante? Senza la ribalta mediatica degli ultimi quattro anni dove sarebbe rimasto oggi il femminismo? Senza il ritorno della moda riot quante giovani donne sarebbero a conoscenza della questione femminile? 

Non tutto il male vien per nuocere.

Pubblicato sul numero 47 della Falla, luglio/agosto/settembre 2019

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