RICORDARE IL PRESENTE

International Trans day of Remembrance 2018

di Leonardo Arpino

Siamo abituati fin da piccoli al ricordo pubblico dei morti. La toponomastica delle città occidentali, per dirne una, è punteggiata di memorie lugubri, ma attenuate al punto da non emergere più nella loro tragicità alla nostra percezione cosciente. Sappiamo che le pratiche di memoria ufficiale servono a elaborare le perdite ritenute significative per la comunità, e forse siamo rassicurati dal fatto che quanto si ricorda è per definizione passato: è ciò che è accaduto e che non accade più, ed è per questo che viene ricordato e, a seconda del segno positivo o negativo che gli si impone, esorcizzato o celebrato. Anche il peggior episodio di sangue, passato attraverso questi filtri, può assumere connotati quasi rassicuranti. Siamo, per molti aspetti, immunizzati alla memoria.

L’International Trans Day of Remembrance (TDoR) si osserva annualmente il 20 novembre, ed è la giornata dedicata al ricordo delle persone trans, uccise in ragione del loro essere trans. È una ricorrenza che, da diciannove anni a questa parte, tiene vivo un tipo di memoria tutto diverso. Perché diverso? Innanzitutto perché non c’è nulla di trascorso, di passato, in questa strage continua: 369 morti nel mondo al primo ottobre di quest’anno, 44 in più rispetto allo scorso anno secondo quanto rilevato dal Trans Murder Monitoring Project. Si parla, per capirci, di un bilancio equivalente a quello di due disastri aerei di grossa entità, o di un terremoto più letale di quello dell’Aquila.

Poi perché, a differenza delle vittime innocenti o degli eroici caduti che popolano le nostre città e i calendari civili, i nostri non sono morti di tutti. Lo stato italiano non riconosce l’aggravante della motivazione transfobica per gli omicidi e gli atti di violenza, ergo non riconosce la strage che si compie ogni anno. Non è solo questione di dare un nome alle cose: la proposta di legge arenatasi al Senato nel 2013, ormai cinque anni fa, prevedeva che fosse l’Istat a occuparsi di rilevare, con cadenza almeno quadriennale, gli episodi di discriminazione e violenza di matrice (anche) transfobica: trasformando il triste censimento da materia di interesse particolare a dato di rilevanza nazionale. E invece la comunità trans, da dieci anni a questa parte, conta i suoi morti in solitudine, affidandosi a strumenti artigianali che da un lato sottostimano il fenomeno, come riporta con rassegnazione la pagina del Trans Murder Monitoring, dall’altro non hanno modo di sceverare il crimine d’odio dall’atto di violenza (fa male dirlo) ordinaria.

Ma c’è qualcos’altro ancora. La morte di una persona trans non coincide solo con la cessazione delle sue funzioni biologiche. In uno stato burocratico, in cui all’adeguamento anagrafico dei documenti si accede solo dopo anni di trafile mediche e giudiziarie, la morte di una persona trans implica spesso l’eradicazione in toto di un’esistenza, la cancellazione totale di un’identità che esisteva solo nella sua stessa possibilità di imporsi al mondo, di auto-determinarsi e di auto-testimoniarsi. In questa situazione, la speranza stessa della memoria, di una memoria coerente con ciò che si è stati in vita, è messa a rischio. Questo senza tenere conto dei casi in cui l’identità della persona uccisa non viene neppure riconosciuta. Occorrenze difficili, se non impossibili, da monitorare, se non per qualche omicidio diventato poi celebre: è di qualche mese fa la pubblica ammenda, non esente da una vena apologetica, della giornalista Donna Minkowitz, che ha riconosciuto di aver cassato nel suo reportage per The Village Voice l’identità maschile di Brandon Teena, nei giorni successivi all’omicidio del giovane. Brandon moriva il 31 dicembre del 1993, e ancora nel 2011 un giornale locale della contea di Omaha, Nebraska, riportava la notizia del ricorso in appello di uno dei suoi assassini, John Lotter, utilizzando per la vittima i pronomi femminili e optando poi per eliminare del tutto i pronomi dall’articolo in seguito alle proteste degli attivisti.

È per tutte queste ragioni che il TDoR, a noi che siamo ancora vivi, non smette di richiedere la più attenta vigilanza.

Per maggiori informazioni:
(TvT research project – 2015) Trans Murder Monitoring, “Transrespect versus Transphobia Worldwide”

Foto da: https://www.facebook.com/events/195989081315507/

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