RAFIKI

Quando un film è un atto politico, diventa tale anche l’andare a vederlo

di Antonia Cassoli

In programma giovedì 25 ottobre ore 20.00 presso Cinema Lumière, Rafiki è un film fatto di donne e fatto da donne, la cui apparente linearità nasconde una storia travagliata di riconoscimenti e negazioni, e uno sguardo sensibile alla realtà delle persone LGBT+ in Kenya.

Rafiki in lingua swahili significa “amico” o “amica”. Nella nostra vita di lesbiche, quasi tutte incontriamo il giorno in cui un parente (o il barista abituale, o l’agente immobiliare) chiama la nostra compagna “la tua amica”. E noi, se abbiamo saldato i conti con la nostra coscienza, correggiamo con “la mia compagna”.

Perché viviamo in un paese in cui, malgrado tutto ma non dappertutto, possiamo permetterci l’atto di coraggio di chiamare le cose col loro nome.

La regista Wanuri Kahiu

In Kenya, rafiki è il massimo che si può dire, dal momento che, come racconta la regista del film, “When Kenyans of the same sex are in a relationship, they forgo the ability to introduce their partners, lovers, mates, husbands or wives as they would like and instead call them ‘rafiki’“.

Ci rinunciano fin da subito, insomma, a presentare le persone amate per ciò che sono.

Fare un film sulla storia d’amore tra due giovani ragazze kenyote, è un atto di coraggio. Intitolarlo Rafiki, è un atto politico.

E lo è sia per la regista, Wanuri Kahiu, sia per le attrici che hanno accettato (non tutte con entusiasmo immediato) di interpretarlo: perché in un paese in cui l’omosessualità è un reato punibile con il carcere fino a 14 anni, significa prendere una posizione.

Sheila Munyiva, protagonista

Sarebbe bene aver chiara in mente questa premessa, prima di andare a vedere Rafiki. Perché se a prima vista il film sembra non brillare, per soggetto e sceneggiatura, la prevedibilità della trama lascia invece spazio a una messa in scena efficace e reale, in cui il passaggio dalla tenerezza alla violenza è tanto repentino quanto ineluttabile.

C’è un’altra cosa utile da sapere per apprezzare le scelte registiche di Kahiu: nella maggior parte delle culture africane, di sesso non si parla mai in modo esplicito; si usano metafore, allusioni, ellissi. Alla luce di questo, la scena d’amore di Rafiki è un piccolo gioiello da godersi col fiato sospeso.

Al di là della storia d’amore tra due donne, sua trama centrale, Rafiki è permeato di donne dall’inizio alla fine, forti e succubi, spietate e indulgenti.

Samantha Mugatsia, protagonista

È un film fatto di donne ed è un film fatto da donne: a partire dalla regista, passando per la produzione fino a quasi tutta la crew tecnica, senza dimenticare le musiciste che danno voce alla colonna sonora.

La storia del loro lavoro include sei anni di realizzazione, una co-produzione di sette Paesi (Kenya, Sudafrica, Germania, Olanda, Francia, Norvegia, Libano), la presentazione a Cannes per Un certain regard, la messa al bando dal governo in Kenya, la vincita della causa con conseguente uscita in sala per soli sette giorni (condizione necessaria permettergli la candidatura agli Oscar).

Potrebbe bastare solo questo, per farci compiere il nostro piccolo atto e andare a vederlo. Facendolo, scopriremo anche una fotografia che esalta con discrezione i colori e i drappeggi dello stile tradizionale africano, due attrici non professioniste incredibilmente convincenti, una colonna sonora che non ha nulla a che fare con Jambo Jambo, e la realtà di una città da otto milioni di abitanti che ha le stesse dinamiche di pettegolezzo di un paesello di provincia.

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