R.OSA

IMMMROSA

La quindicesima edizione di Gender Bender vede il ritorno di Silvia Gribaudi. Una performance da non perdere che indaga la diversità dei corpi. In replica venerdì 27 ottobre, ore 21.00, al Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno. 

di Elisa Manici 

Su un palco spoglio, in sgargiante body turchese, una performer entra in scena. È una bella donna grassa. Notevolmente grassa, soprattutto per gli standard attuali. Il pubblico è spiazzato, non sa dove guardare: siamo addestrati a schernire, stigmatizzare, o nella migliore delle ipotesi a rendere invisibili i corpi grassi. In questo caso, al centro del proscenio, c’è proprio un corpo che “non dovrebbe essere guardato”, e che invece si ribella a questa legge non scritta: vuole essere visto e richiama su di sé l’attenzione.

È l’incipit di R.osa, opera che la pluripremiata coreografa Silvia Gribaudi, habitué di Gender Bender, ha in cartellone in quest’edizione, e interpretata dalla magistrale Claudia Marsicano, rivelazione venticinquenne dal carisma straordinario.

L’artista inizia a cantare a cappella Jolene, di Dolly Parton, e a muoversi nello spazio vuoto che esalta la sua fisicità. La canzone si velocizza, in un crescendo che diventa presto uno scioglilingua complicato e ilare.

A partire da questo momento iniziale, già di per sé potentissimo sia artisticamente che politicamente, si snoda un percorso in cui, in assenza di un filo narrativo tradizionale, si mescolano in un intelligente shaker postmoderno diversi generi e suggestioni della cultura pop, in un susseguirsi di “esercizi” che sono nei fatti un compendio di arti performative: danza, recitazione, canto, virtuosismi tecnici di varia natura, accompagnati da musiche che alternano la classica e il pop più sfrenatamente stereotipico di Britney Spears. Ci sono alcuni momenti in cui tutta l’attenzione del pubblico si focalizza sul volto della performer, come il playback con smorfie esilaranti, e altri in cui il focus sul corpo è totale. In alcuni passaggi la carne del corpo dell’artista si muove con lei, ma al contempo indipendentemente da lei, con una levità difficile da descrivere a parole, creando momenti di bellezza sublime a partire da quello che viene percepito, nella cultura generalista occidentale contemporanea, come un difetto grave. Il grasso, la carne, la materia, associate comunemente alla pesantezza e all’immobilità, diventano leggere e gioiose.

La gioia, la grazia, l’ironia accompagnano tutto lo spettacolo, la partitura aperta creata da Gribaudi è intensificata da Marsicano, una leonessa da palcoscenico, che in qualsiasi azione svolga emana un livello altissimo di energia, percepibile al di là della precisione millimetrica delle sue esecuzioni.

R.osa si inserisce organicamente nella poetica di Silvia Gribaudi, che da anni lavora su corpi non conformi rispetto allo standard costrittivo giovinezza-et-magrezza, esplorando “la bellezza di creare un movimento di danza inaspettato” laddove siamo culturalmente condizionati a non cercarlo, e “quanto è l’intenzione dietro ai nostri movimenti a provocare una visibilità del corpo diversa”. La poetica della coreografa, applicata alla grassezza, crea un messaggio politico davvero dirompente, che forse addirittura trascende il suo proposito, e che probabilmente la maggioranza degli spettatori non riesce nemmeno a comprendere nella sua pienezza a livello razionale. Ma, per fortuna, l’arte va ben oltre la logica, e la bellezza che Gribaudi e Marsicano creano entra dentro lo spettatore nonostante la dissonanza cognitiva tra ciò che prescrittivamente sa di dover trovare bello o brutto, e ciò da cui si ritrova poi effettivamente affascinato.

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