QUANDO IL LAVORO NON NOBILITA L’UOMO

SUL COME E SUL PERCHÉ DEL CAPORALATO

di Carmen Cucci

I numeri del quarto rapporto Agromafie e caporalato, pubblicato nel 2018, parlano chiaro: sarebbero 430mila i lavoratori a rischio sfruttamento solo nell’ambito agricolo, in un’Italia dove il lavoro irregolare vale 77 miliardi, ossia il 37,3% del totale; più nel dettaglio, il business creato dal caporalato, unito a quello del lavoro non contrattualizzato, rappresenterebbe un danno erariale di circa 4,8 miliardi annui, a cui si sommano i 2 miliardi circa prodotti dall’evasione contributiva.

Eppure, malgrado le cifre, di caporalato si parla solo in occasione di eventi tragici e spesso liquidando il fenomeno come marginale, legato a tematiche di rito quali la stagionalità lavorativa agricola, l’immigrazione e i problemi che affliggono il Mezzogiorno. In realtà, un’analisi più approfondita svela come questi non siano che aspetti specifici di una questione più ampia e tuttora irrisolta.

Alcuni studi fanno risalire la nascita del sistema di caporalato a contesti di passaggio verso un’economia di tipo capitalista, dove la figura autoritaria del cosiddetto caporale riusciva a fidelizzare e organizzare – attraverso reti di conoscenza e logiche di appartenenza – grossi gruppi di lavoratori salariati, necessari soprattutto in ambito agricolo; altre ricerche mostrano, invece, come già nel Seicento avvenissero corpose migrazioni di lavoratori stagionali e non, guidati da personalità simili a quelle del caporale, verso regioni come la Maremma Toscana, l’Agro Pontino e il Tavoliere pugliese.

Fin dagli albori, dunque, il caporalato si è distinto come un modello d’imprenditoria sociale complesso e trasversale, abile nel mettere insieme una massa cospicua di forza-lavoro che in cambio di collocamento lavorativo – continuato ma non tutelato – rinuncia a una quota del proprio salario e si presta a creare un clima omertoso intorno al sistema stesso.

Capace di evolversi a seconda della domanda di mercato e agendo sul confine mai troppo chiaro tra legalità e illegalità, il caporalato a oggi non può esser limitato a uno spazio territoriale puntuale o a un settore produttivo specifico: se in alcune zone del Sud assume tratti più evidenti, poiché da sempre associato a realtà agricole, nel Nord (dove la meccanizzazione dell’agricoltura rende quasi superflua la manodopera) il caporalato si è adattato, costruendo diversi sistemi di cooperative fasulle che offrono in outsourcing servizi di diversa natura, dall’agro-alimentare al settore carni, all’edilizia e al commercio. Altresì, il fenomeno non può nemmeno prestarsi a un’etnicizzazione, né tanto meno a una genderizzazione: riguarda sia autoctoni sia immigrati comunitari e non, che si ritrovano a far riferimento ai caporali per trovare lavoro, soprattutto quando vengono a mancare canali di reclutamento propri. Mentre le donne, già in sofferenza lavorativa in contesti legali, diventano facili prede a causa della loro fragilità sociale, arrivando alle volte a subire un doppio grave sfruttamento, lavorativo e sessuale.

In sostanza, il caporale non è interessato al colore della pelle, alla provenienza geografica o alla condizione giuridica del suo affiliato, se non quando tali elementi risultino essere utili per mettere quest’ultimo nella condizione di essere ricattato o minacciato impunemente. Da qui la debolezza di precise componenti sociali, come coloro che non hanno documenti in regola e/o vivono in contesti caratterizzati da alti tassi di disoccupazione, quando si tratta di denunciare gli abusi subiti.

Nonostante le molteplici dichiarazioni governative dell’estate scorsa, i tavoli di confronto annunciati da Di Maio sembrano essersi conclusi in un nulla di fatto. Lo Stato continua a mostrarsi incapace di inquadrare il punto e rispondere adeguatamente alla necessità di una mediazione funzionale tra la sfera imprenditoriale e quella lavorativa. In un contesto del genere, caporali e caporalato continuano ad agire pressoché indisturbati, offrendo manodopera scarsamente tutelata a un mercato sempre meno attento ai diritti umani.
La ricerca di soluzioni concrete è rimandata alla prossima estate, in attesa che tanto il tema quanto il clima tornino a essere abbastanza caldi da portare consenso elettorale.

pubblicato sul numero 40 della Falla – dicembre 2018

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