PICCOLO VADEMECUM CONTRO IL RAZZISMO

PER NON PARTECIPARE ALLA VIOLENZA

di Elisa Manici

Siamo in un momento storico pericoloso, su questo non ci sono dubbi. A tanto così dal ripetere gli orrori del passato recente: 80 anni dalle leggi razziali non sono niente, in prospettiva. In Italia, e nell’Occidente tutto, c’è un effetto di legittimazione e rinforzo reciproci tra governi di destra e pancia putrescente della bianca popolazione che paventa la perdita dei suoi privilegi di dominio sul mondo.

Quando sentiamo dire che non prendere posizione contro le ingiustizie equivale a schierarsi con chi le perpetra, dobbiamo essere pronti a comprendere che non è un modo di dire: è proprio da un punto di vista pratico che non agire normalizza la violenza discriminatoria. I violenti e i prepotenti si sentono autorizzati da quello che fa loro comodo interpretare come silenzio-assenso – o paura – del resto della popolazione.

Ma cosa fare quando ci capita di assistere a episodi di discriminazione e violenza fisica e/o verbale? Senza la pretesa di essere esaustive, ecco una serie di consigli pratici, utili soprattutto a chi, come molte di noi, non ha un’idea precisa su come poter agire senza peggiorare la situazione o mettersi a rischio.

INSULTI VERBALI – l’artista Marie-Shirine Yener ha scritto una breve guida a fumetti su come reagire quando ci si trova di fronte a molestie islamofobiche, che si adatta perfettamente a qualunque situazione di abuso verbale. In sintesi, bisogna concentrare la propria attenzione su chi sta subendo, apparendo calme e rassicuranti, cercando di iniziare una conversazione qualsiasi, mantenendo il contatto visivo e creando un #safe space# che escluda, ignorandolo,  il molestatore. Ciò dovrebbe spingerlo a desistere e ad andarsene. Noi dobbiamo continuare a parlare con la persona abusata finché il violento se ne va, e, se necessario, accompagnarla fino a un luogo sicuro.

ATTACCHI FISICI – a meno che non siate nei corpi speciali, o pratichiate abitualmente arti marziali ad alto livello, se vedete degli energumeni in azione, come nell’episodio di novembre a Roma, di cui è stato girato un video, con i giganteschi ucraini che danno addosso a un ragazzo indiano fino a picchiarlo, non intervenite direttamente. Ci sono altre cose che potete fare, a iniziare dal rumore, come suggerisce Dorothy Edwards, direttrice esecutiva di Green Dot, un’azienda che si occupa di prevenzione della violenza ed equità sociale: “Puoi distrarre, o puoi delegare”. Parlare a voce alta, imprecare, attirare l’attenzione, fa capire al perpetratore che è visto, e che sia lui sia la vittima non sono invisibili, può incoraggiare altri testimoni a intervenire. Se non lo fanno, possiamo essere noi a chiederlo esplicitamente. Anche fare riprese col cellulare per testimoniare quanto accade può essere utile, ricordandosi del minimo sindacale di rispetto, cioè di non postarle sui social media senza il consenso informato della vittima.

LE AUTORITÀ – Posto che la regola aurea è cercare di non avere contatti diretti, verbali o fisici, con gli assalitori, bisogna anche essere in grado di capire se e quando è il caso di chiamare le forze dell’ordine, o un altro tipo di autorità in quel momento competente, perché risolvano la situazione, consultandosi prima, per quanto possibile, con la persona che stiamo cercando di aiutare. Certo, se le autorità sono il direttore dell’ufficio postale che a Milano ha cacciato una donna italiana di origine somala perché aveva un fazzoletto in testa, e Poste Italiane che non lo ha nemmeno punito per questo, se ne perde il senso.

L’UMANITÀNon perderla di vista nemmeno nei momenti peggiori, come ci insegna Liliana Segre, senatrice a vita ed ex deportata: “Sono tornata nella baracca in una delle giornate in cui ero più triste, più sola, più disperata, e una una prigioniera, che non conoscevo, ha tirato fuori dal suo fazzoletto lurido una fettina sottile di carota cruda e me l’ha regalata”.

KANT – Abbiamo provato a dare consigli ragionevoli, basati sulla psicologia sociale, etc, ma poi resta sempre, come #extrema ratio#,  l’imperativo morale kantiano, che certo ragionevole non è, ma stella polare resta: fai quello che ritieni sia giusto fare, anche se ti danneggia e anche se nessun altro al tuo posto lo farebbe.

pubblicato sul numero 40 della Falla – dicembre 2018

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