OLTRE L’ANAMNESI

I FATTI DI ALESSANDRIA, LA POLITICA E IL MOVIMENTO LGBT+

di Mattia Macchiavelli

All’ospedale Santi Antonio e Biagio di Alessandria viene rilasciata a un paziente una lettera di dimissione in cui, alla voce anamnesi, è riportata la dicitura «Lavora come cuoco. Fuma circa 15 sigarette al dì, beve saltuariamente alcolici. Nega allergie. Omosessuale, compagno stabile». A riportare la notizia è La Stampa del 12 luglio. Nello stesso articolo si scrive di come il protagonista di questa vicenda e il suo compagno si siano sentiti fortemente discriminati non tanto – o non solo – dal documento in questione, ma da tutta una serie di comportamenti stigmatizzanti messi in atto dal personale ospedaliero. Aspetto, quest’ultimo, quasi del tutto taciuto nei commenti successivi, in larga misura avvitati intorno a questioni semantiche, procedurali e burocratiche, tutte legate alla natura di tale documento.

Michele Potè, dell’associazione Avvocatura per i diritti Lgbti-Rete Lenford, afferma: «Quello che farei è una diffida all’ospedale dove si chiede quantomeno la rettifica del referto. Eventualmente penserei anche a una richiesta di risarcimento danni».

«Quello che l’uomo racconta ha il sapore di una discriminazione e lo denuncerei al tribunale del malato, oltre che pubblicamente alle associazioni che si occupano di parità dei diritti», l’idea di Norma De Piccoli del Cirsde – il Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne e di genere.

Sembra in linea anche l’assessora alle Pari Opportunità di Alessandria, Cinzia Lumiera, che biasima con prudenza e tutela la città: «Dovremmo già essere oltre, ma non associamo quanto è accaduto al Pride». Quello dello scorso primo giugno, infatti, come ricorda sempre La Stampa, è stato il primo Pride cittadino e la preoccupazione è quella di non macchiarne l’esperienza dal bilancio positivo.

Antonello Soro, Garante della privacy, empatizza con lo scoramento del paziente e del compagno, supportandone le proteste

Tocca al direttore del reparto di Malattie Infettive dell’ospedale, Guido Chichino, la difesa dell’operato della struttura sanitaria: «Scriviamo se un paziente è etilista o se è diabetico, e indichiamo l’orientamento sessuale, etero o omosessuale che sia», si legge sul Fatto Quotidiano, «l’orientamento sessuale è necessario perché l’omosessuale come chi ha bimbi piccoli, per i virus che portano dall’asilo, ha maggiore incidenza di patologie di un certo tipo. Fare alcune domande è la prassi in un reparto come il nostro».

A sostegno della tesi del primario anche l’Ordine dei medici di Alessandria: «Viene proposta, a mezzo stampa e sui social, una interpretazione a senso unico e pertanto fuorviante per i cittadini e denigratoria dell’operato dei professionisti che si sono adoperati per la salute di un paziente che si era a loro affidato» dichiara, tramite nota Facebook, il presidente Mauro Cappelletti

A difesa dell’operato dell’èquipe medica anche Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay nazionale, il quale, tramite un’intervista – poi parzialmente rettificata – a Vanity Fair, sostiene che «chi è omosessuale può essere esposto a patologie di diverso tipo rispetto a chi è eterosessuale». Chiude, Piazzoni, con quello che pare essere un paternalistico rimbrotto al protagonista di questa vicenda: «A volte la sensazione di essere discriminati è il risultato di anni di negativizzazione: a forza di essere vittime di pregiudizi si genera una sorta di omofobia interiorizzata»; reprimenda parzialmente smorzata nel suo clamoroso portato di condanna dalla chiosa «ma se il modo in cui il medico ha posto la domanda ha generato una sensazione di discriminazione o una presa di distanza, beh, questo non deve accadere mai. Il disagio deve essere assolutamente eliminato».

Le dichiarazioni di Piazzoni danno fuoco alle polveri e accendono un dibattito interno al movimento che va surriscaldandosi ogni giorno di più. I protagonisti della vicenda, contattati dalla redazione della Falla, preferiscono, in questo momento, non esporsi ulteriormente a livello mediatico, su consiglio del loro legale. In attesa di poter dare loro voce per una contro-narrazione dell’accaduto, inseriamoci in questo dibattito ragionando sui nodi politici fondamentali che apre.

La madre di tutte le questioni è: combattere contro l’invisibilizzazione dell’omosessualità in medicina – la tesi di Arcigay nazionale – significa avallare l’idea per cui l’orientamento sessuale coincida con le pratiche sessuali?

Sostenere che sia corretto scrivere “omosessuale” o “eterosessuale” (o “bisessuale”, “pansessuale”, “asessuale”, ecc.) in anamnesi significa proprio questo: accettare che la complessa dimensione dell’orientamento esaurisca l’altrettanto complessa dimensione dei comportamenti. Un’operazione di questo genere riduce l’orientamento romantico-sessuale allo stereotipo di quello che crediamo sia il sesso gay-lesbico, rendendolo, così, diverso dal sesso etero. È accettabile questa conclusione?

Proviamo, poi, a complicare ancora un po’ il ragionamento e a spingerlo a un livello ulteriore: se accettiamo un sesso gay-lesbico come differente rispetto a un sesso etero – a cui mettono capo, quindi, patologie e incidenze diverse –, che specifiche abbiamo quando entriamo nel campo dell’identità di genere? Le persone trans*, per esempio, esprimono un sesso trans*? Quali peculiarità ha dal punto di vista epidemiologico? E questo in cosa differisce dal sesso gay-lesbico? E in cosa dal sesso etero?

Giocare al gioco delle definizioni è un po’ come giocare al gioco del trono: o si vince o si muore. Sostenere che «chi è omosessuale può essere esposto a patologie di diverso tipo rispetto a chi è eterosessuale» è un affondo epistemologico notevole e, se decidiamo che questo è vero, dobbiamo assumerne le conseguenze fino in fondo.

A fuoco, a tal proposito, la presa di posizione di Federico Zappino che scrive: «Forse sarò l’unico a ritenere che dietro a queste generiche “patologie” si cela nient’altro che l’Hiv e l’idea inveterata che questo virus colpisca differenzialmente, ma mi viene davvero difficile comprendere quali altre patologie, nell’immaginario comune (e solo in quest’ambito, dato che un discorso come questo non ha alcuno statuto scientifico), colpiscano a seconda dell’orientamento sessuale. Peccato che si tratti esattamente della stessa nociva e colpevole convinzione (eterosessuale e patriarcale) che ha condotto a una forma di responsabilizzazione, di colpevolizzazione e di ansia, questa sì, purtroppo, differenzialmente distribuita: nessun uomo etero vive con l’ansia di contrarre l’Hiv a ogni rapporto sessuale, nessun uomo etero si reca ogni tre mesi a fare il test, nessun uomo etero si mette troppi scrupoli a penetrare senza preservativo (dato che l’unica preoccupazione attiene alla gravidanza, ma solo fino a un certo punto, perché male che vada sarà comunque lei a rimanere incinta e, fondamentalmente, a farsi carico della maternità)».

Anche io, nell’accento posto sull’orientamento e non sulle pratiche sessuali, annuso l’antico retaggio di uno stigma che continua a vivere carsicamente e che ora riemerge nelle forme più cristalline del politicamente corretto. Lo stigma dell’Hiv. Una storia già letta, narrata dall’origine stessa del nome del virus che, all’inizio della sua storia, era conosciuto come Grid (Gay Related Immunodeficiency), un nome di cui abbiamo dimenticato l’acronimo, ma non la condanna. Una vicenda già vista anche nel ripercorrere la storia delle rappresentazioni mediatiche dello stesso Hiv dagli anni ’80 in poi. L’idea che malattie diverse possano colpire a seconda dell’orientamento sessuale ci riporta proprio qui, in questo punto preciso della nostra storia, un punto che vorremmo nel passato, ma che è ancora presente.

Sopravvive, la condanna intrinseca che ci portiamo cucita addosso, nelle pieghe dei fatti di Alessandria ed è alimentata da uno schema eteronormativo che non lascia scampo. Un’eteronormatività che, da un lato, si produce nella condanna di omofobia interiorizzata rivolta all’indirizzo dell’uomo che fuma 15 sigarette al dì, e, dall’altro, esclude dal ragionamento l’introiezione del sistema eterosessuale da parte di chi quella sentenza l’ha emessa. Quasi dramma psicoanalitico.  

Questa è una delle letture possibili, sicuramente la mia, ma inevitabilmente ve ne saranno altre perché i temi che Alessandria ha posto sul tavolo sono molteplici e complessi. C’è la questione dell’orientamento e delle pratiche sessuali, su cui abbiamo riflettuto, ma c’è anche il tema del coming out, quello del rapporto delle persone LGBT+ con il personale sanitario, quello – dirimente – citato dallo stesso Piazzoni, ovvero la visibilità delle nostre identità e la lotta all’invisibilizzazione. 

Necessario, allora, aprire un ragionamento profondo, capace di scuoterci nelle fondamenta. Si apra un dibattito, dentro e fuori Arcigay, e si capisca a che punto siamo, quali battaglie stiamo facendo e per chi lottiamo. Che questo fatto di cronaca non rimanga chiacchiera da social ma sia la scintilla per una costituente politica: serve l’apertura di uno spazio per fondarci e rifondarci, serve nei circoli, serve nelle associazioni mainstream, serve nei luoghi dell’antagonismo. Dobbiamo riconoscerci. 

Nell’attesa che il movimento si attrezzi per i suoi stati generali, facciamo in modo che la nostra solidarietà vada alla coppia di Alessandria, vittima fino a prova contraria. Perché, se da un lato non siamo una falange oplitica – nè, probabilmente, lo vogliamo essere –, dall’altro, sicuramente, rifiutiamo il ruolo di schiave della Norma.

 

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