NOSTRA SANTITÀ – FABRIZIO DE ANDRÈ

di Roberto Pisano

Poeta degli ultimi per eccellenza, De André andò a scuola da cattivi maestri del calibro di Brassens e dai coevi Cohen e Dylan, ma, da giusto anarchico, fece soprattutto da sé. I suoi testi libertari nacquero nei caruggi e nelle osterie della Genova di un’altra epoca.

Cantò spesso i “figli della luna”, come amava chiamarli: Andrea, innamorato di un soldato “dagli occhi di bosco e profilo francese”, e Fernandinho che “è una bambola di seta / sono le braci di un’unica stella / che squilla di luce di nome Prinçesa”. Frequentava i ghetti, con una sincera passione per diseredati, bombaroli, minoranze etniche.

Fu sodale di quella umanità respinta di giorno ma bramata di notte, ne indagò curioso le vite, senza morbosità. Come quella di Bocca di rosa, senza dimenticare la Graziosa più celebre, che percorreva Via del Campo, Mario in arte Morena. Lei se ne andò un paio d’anni dopo Fabrizio, entrambi a raggiungere un paradiso appena più in su del primo piano.

pubblicato sul numero 22 della Falla – febbraio 2017

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