MARGARET CAVENDISH

Femminista ante litteram, narratrice delle donne

di Simone Astarita

L’infanzia di Margaret Cavendish, filosofa e scrittrice del Seicento, fu dominata da una madre autorevole che amministrava i beni del defunto marito e a cui non interessava l’amicizia di altre aristocratiche. A diciannove anni, dopo una vita solitaria e passata sui libri, la giovane divenne una damigella della regina Enrichetta Maria di Francia. Tale scelta, più politica che religiosa, la condannò a una semi-segregazione sociale: non parlavano la stessa lingua, non capiva come comportarsi ed era timidissima.

I suoi vestiti sgargianti e scollati però attiravano l’attenzione, in particolare quella di William Cavendish: i due si sposarono poco dopo essersi incontrati a corte, dove la regina era scappata a causa della guerra civile. Dal matrimonio in poi, nella vita di Margaret le preoccupazioni si unirono alla solitudine. Visse sempre in una condizione finanziaria precaria, che il suo sposo nascondeva chiedendo prestiti. Dovette risiedere in Francia la maggior parte della vita, lontano dai suoi famigliari. Nell’esilio si dedicò alla scrittura, ma si scontrò con un mondo dove i libri erano prerogativa degli uomini.

Le poche scrittrici dell’epoca non trattavano gli argomenti cari alla damigella reale. Lontana da preghiere e manuali di buone maniere, lei scriveva commedie per il teatro, romanzi e saggi di filosofia, impegnandosi duramente per essere pubblicata e celebrata: non voleva essere dimenticata. Poco religiosa, la promessa dell’immortalità dell’anima non la confortava. Inoltre non riuscì mai ad avere figli cui lasciare la sua eredità intellettuale, tanto da definire i suoi testi “bambini surrogati”. Così decise di scrivere le sue memorie, citando Cesare e Ovidio, autori di autobiografie, per difendersi da eventuali accuse di arroganza. Poche prima di lei avevano rivendicato una tale pretesa di gloria e poche avrebbero saputo fronteggiare Hobbes e Descartes di persona, come lei riuscì a fare.

L’opera teatrale Bell in Campo è la riprova del rifiuto che Cavendish ebbe per il ruolo nel quale la società tentava, fallendo, di incastrarla. Narra la storia di alcune mogli che seguono i mariti in guerra, i quali non le vogliono sul campo di battaglia; le donne quindi creano un esercito indipendente, guidate da Lady Victoria. Quando i gentiluomini stanno perdendo la guerra, le donne intervengono e li salvano. È nelle parole della comandante che Margaret espone la riflessione alla base del testo. Ella parla di “schiavitù femminile” non come di una condizione legata al sesso ma all’educazione delle donne. Agli uomini queste sembrano “deboli e paurose”, ma è il costume, stabilito dalla società, a renderle tali. La storia termina con la vittoria femminile, che è prova del loro valore: le norme e le leggi sessiste vengono cancellate. Usando le parole della studiosa Paola Rudan, questo finale è una riforma-rivoluzione, l’anticipazione di una storia che altre donne avrebbero compiuto nei secoli a venire.

pubblicato sul numero 34 della Falla – aprile 2018

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