L’INVENZIONE DEI DUE SESSI

Maschi, femmine e castelli di carta

di Elisa Manici

Cos’è un uomo, chi è un uomo? Cos’è una donna, chi è una donna? Cresciamo convinti che rispondere a questa domanda sia scontato. D’altronde, anche nel testo sacro della religione monoteista di riferimento italico, c’è scritto, nella Genesi (1, 27): “[Dio] maschio e femmina li creò”, laddove “maschio” e “femmina” sono intesi come sinonimi di “uomo” e “donna”. Come ci illumina il vocabolario Treccani, “uomo” è un “Essere umano di sesso maschile (in contrapp. espressa o tacita a donna)”, che è definita più o meno specularmente.

L’uomo per essere tale deve essere (sufficientemente) virile – ops, una tautologia riconosciuta come verità oggettiva -, razionale, protettivo, forte, non deve mai mostrarsi troppo sentimentale o, peggio ancora, fragile, deve amare il calcio, i motori, la storia militare, il sesso, e con esso l’attività della conquista sentimental-sessuale in numeri possibilmente alti – notoriamente una cartina al tornasole della mascolinità sana – i muscoli, nonché essere abbastanza alto e imponente, perché non ci siano dubbi sulla sua virilità.

La donna, al contrario, può essere emotiva, irrazionale, immatura, sentimentale, ché tanto avrà sempre al fianco un conduttore a guidarla sulla retta via, deve essere attraente ma delicata, non troppo alta o grossa, per non mettere in soggezione e far scappare potenziali compagni, avere interessi femminei (le tautologie sono al top nella definizione dei sessi), inerenti la cura di sé, la cucina, la pulizia, uno sport adeguato, non maschilizzante – praticato per essere bella per lui e non per divertirsi, non sia mai -, amare la chick lit, le soap opera e, come ci ricorda l’ultima pubblicità di Fiorello per un noto gestore di telefonia, usare internet per i video di gattini. Ma soprattutto, la donna deve essere Madre, amare occuparsi della prole più di ogni altra cosa, e, se così non è, probabilmente non sarà considerata una vera donna, ma un minus esse a cui guardare con sospetto.

Siamo in un’epoca di transizione da questo paradigma a un’altra visione, ci auguriamo con un margine maggiore di libertà individuale, che prima o poi si consoliderà. In questa terra di mezzo, coesistono le più varie sfumature nel decidere e valutare le caratteristiche ritenute fondative per l’appartenenza a un sesso o all’altro. Ma, nonostante la parità legale tra i sessi, almeno nei Paesi occidentali, le radici sono ancora queste, messe in particolare evidenza da coloro che, facendo resistenza al cambiamento, si appellano ai ruoli tradizionali in quanto “naturali”.

Grazie all’irruzione del femminismo nell’accademia, a partire dagli anni ’70 si è iniziato a sostituire il termine “sesso” con “genere”, riuscendo così a staccarsi un minimo dalla prospettiva del totale determinismo biologico. Non è solo una questione di linguaggio: identificato di volta in volta come categoria di analisi, o come articolazione della struttura sociale stessa, il genere consente di mettere al centro l’autopercezione e quindi l’autodefinizione degli individui, indipendentemente dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale.

Lo stesso concetto di “sesso biologico” è in crisi, e negli ultimi anni si è sviluppata la nozione di “sesso assegnato alla nascita” in base all’aspetto dei genitali. Il sistema binario tradizionale di assegnazione non tiene conto né dei numerosi casi di nascite intersessuali (si calcola che siano circa l’1,7%), in cui l’assegnazione sessuale è una vera e propria violenza che spesso implica anche interventi chirurgici effettuati sui neonati, né di quelli in cui il sesso assegnato alla nascita non coincide con l’identità di genere, siano esse persone trans o non binarie. Queste ultime non si riconoscono nella tradizionale definizione dei generi maschile e femminile, e grazie a loro si sta diffondendo l’idea che l’identità di genere sia un continuum non necessariamente segnato da cesure tra un polo e l’altro.

Insomma, non solo “maschio e femmina li creò” è fuffa, ma le teorie queer, con il loro accento anti identitario sul genere come performance, ci indicano la via verso un’esistenza futura in cui gli esseri umani potrebbero essere liberi di essere veramente quello che si sentono, senza gli obblighi identitari che, ancora oggi, iniziano con l’atto di venire al mondo.

pubblicato sul numero 38 della Falla – ottobre 2018

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