ITALIANO, MATEMATICA E UGUAGLIANZA

A LEZIONE CONTRO IL BULLISMO

di Valeria Roberti

Com’è essere LGBT+ nelle scuole medie inferiori e superiori italiane?

Questa è la domanda chiave che ha guidato l’indagine Be Proud! Speak Out!, condotta dal Centro Risorse LGBTI in collaborazione con l’Associazione Il Progetto Alice, in partnership con la Columbia University di New York e l’organizzazione statunitense Gay, Lesbian & Straight Education Network (GLSEN).
La raccolta dati è avvenuta attraverso un questionario online, nel periodo tra giugno e settembre 2017 ed è stata rivolta a giovani – tra i 13 e i 20 anni – che hanno frequentato l’anno scolastico 2016/2017 e che si identificano come lesbiche, gay, bisessuali e trans (queste ultime sia eterosessuali che non).
Le risposte sono andate al di là di tutte le nostre aspettative: più di mille da tutte le regioni d’Italia e da tutti i tipi di scuola e istituto, un successo, se pensiamo al tipo di target.

Il quadro che si viene a delineare, per quanto i risultati definitivi non siano ancora stati elaborati dai docenti della Columbia University – poiché i Paesi che hanno condotto la stessa ricerca in contemporanea sono 12 – è di un ambiente ostile per le persone LGBT+.
Offese e parole dal connotato negativo nei confronti delle identità in oggetto vengono udite frequentemente da più della metà dei partecipanti alla ricerca. Anche se a utilizzarli è solo una porzione della popolazione studentesca, questi termini nel 20% dei casi sono pronunciati dal corpo docente, una percentuale che deve farci riflettere: se gli/le insegnanti alimentano l’ambiente ostile, chi può aiutare i ragazzi e le ragazze?
Oltre ai commenti relativi a diverse identità di genere e agli orientamenti sessuali non eterosessuali, gli insegnanti potrebbero affrontare le tematiche in questione durante le lezioni, come approfondimento o come motivo di confronto in classe: ciò avviene, in senso positivo, solo nel 50% dei casi e con la stessa percentuale in senso negativo. L’occasione, quindi, di sfruttare le proprie materie di insegnamento per toccare e approfondire tematiche che i ragazzi e le ragazze vivono da vicino in maniera inclusiva è messa in campo solo dalla metà dei docenti, la restante metà o non ne parla o ne parla male.

Questo clima è terreno fertile per bullismo e discriminazione: se il gruppo dei pari usa “gay” come insulto e i docenti non si espongono è facile il passaggio ad azioni di prevaricazione o esclusione verso chi è divers* o verso chi si presume che lo sia.
Una visione più precisa del bullismo basato su orientamento sessuale e identità di genere emergerà a scrittura del report ultimata, ma di certo possiamo già vedere alcune caratteristiche del fenomeno  nella lettura delle affermazioni relative alla stima di sé.
La soddisfazione di sé tra gli intervistati e le intervistate è positiva nel 50% dei casi e con la stessa percentuale si pronunciano in merito all’avere qualcosa di cui essere orgoglios*.
Certo, non tutti i dati sono così negativi ma non ci sono smaccate percentuali di autostima e affermazione di sé, tema che sappiamo essere già difficile a causa dell’età e dei cambiamenti a cui si va incontro; se proviamo ad aggiungerci il tassello della scoperta di un aspetto dell’identità che non è comunemente accettato, riconosciuto, supportato dal gruppo classe o dal corpo docente, le difficoltà triplicano.

Vi riporto alcune delle frasi raccolte così da poterle sentire risuonare direttamente:

“Nel complesso non molto positivo. Ho detto di me ad alcune persone e almeno di facciata non hanno avuto reazioni negative. Non ho però avuto il coraggio di dirlo a nessun professore perché sono sicuro che mi discriminerebbero. I miei genitori non l’hanno accettato”.

“Mi è capitato di sentire commenti poco carini sulla comunità LGBT+ da parte di un insegnante che mi ha anche minacciato di dire ai miei genitori che sono lesbica (anche se io non avevo mai detto di esserlo, lo suppose da solo).“

“Al terzo sono stat* inserit* in una classe di sole ragazze. Un giorno in palestra tutte quelle che non facevano attività fisica si sono sedute accanto a me. A disagio con l’idea di alzarmi e andarmene davanti a tutte, ho deciso di rimanere lì ma rendermi il più invisibile possibile, tanto che dopo un po’ hanno iniziato a parlare delle loro cose ignorandomi. Hanno iniziato a sparlare di una nostra compagna, etero e fidanzata da anni, il cui unico ‘problema’ era l’aver fatto da sempre piscina e avere quindi tanti muscoli e poco seno. Hanno iniziato a definirla ‘lesbicona’ e ad avvertire tutte le altre di non stare vicine a lei durante l’attività fisica, convinte che avrebbe cercato di palparle. Per il resto degli anni hanno continuato a diffondere queste voci, solo perché non aveva un aspetto abbastanza femminile.”

Non possiamo pensare alle nostre scuole come fossero teatro di guerre quotidiane: la situazione è sicuramente cambiata negli anni e – anche grazie ai media, in particolare alle serie tv più recenti – le tematiche relative all’identità sessuale, in tutte le sue sfaccettature, sono più frequenti, più comuni tra le fasce di età giovani e questo è di certo un sostegno. Non è però sufficiente a rendere la scuola un ambiente accogliente e inclusivo, un’esperienza positiva e di crescita.

Qualche nota positiva c’è e spesso è portata avanti proprio dagli studenti e dalle studentesse. Non si smette mai di imparare:

“Come tutti gli anni si è svolta la cogestione nella nostra scuola. Ho portato un corso chiamato ‘LGBT’. L’idea era quella di informare le persone presenti di alcune tematiche ancora delicate e discusse in Italia, a partire dalla terminologia alle questioni politiche anche a livello mondiale. C’è stata molta partecipazione. È stato uno dei corsi più attivi. Sono molto felice di aver portato questo corso e che la gente si sia dimostrata curiosa ed interessata. Purtroppo siamo solo noi studenti a parlare di queste tematiche e mai i professori. Dovrebbe esserci più informazione e coinvolgimento”.

Foto: Centro Risorse LGBTI

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