INTERVISTA ALL’ARTISTA – BEATRICE GIARAMITA

di Irene Russo

Mansplaining (da man cioé “uomo” ed explaining, “spiegare”) è un termine entrato in circolazione dal 2008 per illustrare la tendenza prevalentemente (ma non esclusivamente) diffusa tra gli uomini a spiegare a una donna qualcosa che è evidente lei sappia già, o di ovvio, o di non richiesto, dando per scontata la sua ignoranza in materia, sia questo in ambito professionale, nella vita privata o sulla quantità di sorrisi che deve fare. Pubblicato sul Los Angeles Times, l’articolo Men who explain things (Uomini che spiegano cose), di Rebecca Solnit, ne riporta un esempio: alla pubblicazione del suo sesto libro (River of Shadows), l’autrice è a una festa; un ricco pubblicitario le chiede l’argomento del libro, invitandola a spiegare “nel modo in cui incoraggi il figlio di un tuo amico che ha 7 anni a parlare di come suona il flauto”. Nominato il fotografo Eadweard Muybridge, di cui River of Shadows è proprio la biografia, Solnit viene interrotta: il ricco pubblicitario le chiede se ha sentito parlare del libro che sul fotografo era stato appena pubblicato. Lui sicuramente non l’aveva mai letto: stava citando proprio l’opera di Solnit.

Beatrice Giaramita, classe ’93, dopo il diploma in design grafico all’Accademia di Belle Arti di Bologna si trasferisce a Barcellona dove attualmente studia calligrafia e type design. Le abbiamo chiesto di realizzare un poster avendo come riferimento proprio il mansplaining

Che progetti hai attivi al momento?

Attualmente mi sto dedicando alla calligrafia: le lettere sono la forma che l’umanità ha dato alla sonorità della parola, amo la possibilità di veicolare un messaggio attraverso le forme e mi interessano i risvolti multidisciplinari che coinvolgono questo processo. Continuo a collaborare a distanza con il Covo Club, sono cresciuta con loro e sono la mia famiglia, condividiamo lo stesso amore per le cose in essere e le potenzialità.

Cosa vuol dire per te mansplaining e come viene rappresentato nel poster di questo mese?

È un atteggiamento che è facile incontrare sui posti di lavoro, anche se a me è successo più nel quotidiano. Fondamentalmente qualcuno ti vuole spiegare qualcosa che è ovvio che tu già sappia, ma raccoglie anche tutti i commenti e i consigli sulla tua persona che celano una critica di fondo. Nel poster illustro come lesbica sia diventato l’epiteto per rappresentare un campo emotivo: “la tua oscurità è lesbica quanto i tuoi traumi e la tua negatività”. Persiste questa narrazione della ragazza svagata, una ninfetta senza pensieri, ma ci sono un sacco di cose che non ci fanno dormire la notte e chi si dice spensierato probabilmente ha solo scavato un buco dove seppellire tutto.

L’arte è attivismo per te?

Senza dubbio, scegliere con chi lavorare e in quali modalità è imprescindibile per me.

Dove cerchi l’ispirazione per il tuo lavoro?

Nella vita quotidiana, in quello che succede a me o ai miei amici, nelle cose che vedo per strada: non ho una metodologia ricorrente di ricerca.

pubblicato sul numero 41 della Falla, gennaio 2018

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