IL POPULISMO BIONDO CHE AFFASCINA IL MONDO

Quando il populismo parla al femminile

di Carmen Cucci

Utilizzata in maniera spropositata da politici e mezzi d’informazione, la parola “populismo” è entrata prepotentemente nel lessico mainstream. Come spesso accade quando si abusa di un termine, il concetto che ne è alla base tende a svanire. In parte, però, il suo utilizzo inappropriato è comprensibile, non esistendo una definizione precisa e condivisa del termine; tuttavia è possibile determinare alcuni parametri entro i quali la sua accezione può spaziare. Innanzitutto bisognerebbe tenere a mente che nel caso dell’associazione populismo-popolo, il popolo a cui ci si rivolge non incarna la totalità della nazione ma si limita alla schiera di coloro che condividono determinate caratteristiche, come: l’appartenenza religiosa, il colore della pelle o la provenienza sociale. Quindi, va da sé che, chi non possegga certe peculiarità, venga automaticamente escluso: egli non è il vero popolo.

Altro nodo fondamentale da sciogliere è rappresentato dell’appartenenza politica: il populismo storicamente non rispecchia valori propriamente né di destra, né di sinistra; camaleontico e lontano dalle logiche di separazione dei poteri figlie dell’Illuminismo, esso non si presta a essere ingabbiato in visioni dicotomiche rosso/nero.

Ulteriore tipicità da considerare è il carattere tradizionalmente machista dello stile populista: partendo dalla figura del pater familias capo del nucleo fondante del vero popolo, il tipico leader populista completa la sua evoluzione diventando pater patriae, incarnazione suprema dei caratteri di chi rappresenta.

Cercando di riassumere, al populismo classico si può guardare come a un’ideologia rivolta a un certo tipo di popolo, virtuoso e omogeneo, che si contrappone a un’élite, minoritaria e lontana. Lo stesso, per raggiungere il potere, si affida alla leadership di un uomo carismatico e lontano della politica classica: un pater superlativo della comunità. Il carattere istrionico del populismo ne ha permesso la sopravvivenza anche al variare degli scenari geografici e politici. Era prevedibile, dunque, che ad un certo punto, la figura di una mater avrebbe fatto capolino accanto a quella tradizionalmente riconosciuta di pater: nasceva così Maria Eva Duarte, meglio conosciuta nel mito come Evita Pèron.

Della Primera dama d’Argentina si è detto e scritto tanto, molto sulla sua vita privata, molto poco in merito al suo ruolo politico. Eppure Evita rimane la prima donna nella storia ad aver avuto un ruolo di potere in un regime di tipo populista. Come donna, si presentò come particolarmente adatta a incarnare l’opposizione tra popolo ed élite: fu paladina del primo poiché, in quanto non abbiente o aristocratica, non poteva far parte del secondo. Oltre ad essere la moglie del colonnello Pèron, divenne la madre del popolo argentino, riflettendo nella sua dimensione politica la sacra missione della donna cattolica: servire la patria, educando uomini forti secondo le virtù cristiane. Conscia di questa missione, strappò la bandiera della crociata per il suffragio femminile alle militanti marxiste e liberali che l’avevano agitata a vuoto precedentemente.

Ben lontana dallo sposare le correnti radicali ed individualiste del femminismo, si riferiva alle suffragette inglesi come a “esseri dominati dalla rabbia di non essere uomini”. Il suo era un movimento femminile che “faceva bene alle donne, senza aspirare a tramutarle in uomini”: con l’acquisizione del diritto di voto, la donna argentina era chiamata a “completare il processo storico del suo popolo, senza per questo rinunciare a nessuno dei ruoli spirituali che la caratterizzano: moglie, madre e lavoratrice”. Con tali toni accompagnava le dissertazioni radiofoniche del suo libello La donna può e deve votare, in cui Evita incitava al voto femminile come al perseguimento della salvaguardia di valori morali e religiosi della famiglia, una sorta di “scudo della fede” tramite il quale adempiere alla totalità dei suoi doveri.

Chiaramente, le battaglie portate avanti dalle “non-vere” donne, come il diritto all’aborto, il divorzio o l’abolizione dell’autorità paternale e maritale, non trovarono legittimazione in tale contesto. Evita diede sì il voto alle donne, ma mantenendo una visione totalmente in linea con l’afflato populista del regime. La sua politica funzionò e i voti del Partido Peronista Femenino risultarono fondamentali per la rielezione del marito: Evita era riuscita ad arrivare a una parte della popolazione trascurata dal populismo classico.

Cavalcando temi a cuore dei populismi dell’epoca in cui viviamo, altre donne hanno seguito la sua scia. Forgiandosi della stessa chioma dorata, personaggi come Marine Le Pen e Giorgia Meloni hanno fatto del loro essere madri e donne indipendenti un nuovo role model da offrire ai rispettivi Paesi. Così torna la leader-madre che difende i figli e li ama prima di tutto. La soglia di casa e della famiglia coincide con le frontiere geografiche del paese e culturali di un popolo. Meglio che l’ospite, o chiunque non sia d’accordo, si accomodi alla porta.

Pubblicato sul numero 31 della Falla – Gennaio 2018.

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *