IL MEGAFONO ARABO CHE NON ASCOLTIAMO

Mashrou’ Leila, l’Egitto e la stampa


di Simone Astarita

 

35.000 spettatori e un paio di bandiere arcobaleno hanno accolto il concerto di Mashrou’ Leila, band libanese che suona rock alternativo, tenutosi al Cairo il 22 settembre.

Un paio di bandiere arcobaleno certo non fuori posto: non solo il cantante della band, Hamed Sinno, è gay, ma lo è apertamente. L’attivismo socio-politico è parte integrante della band, formatasi nell’Università Americana di Beirut in protesta contro la politica libanese. Tale vocazione è così presente che Hamed, in alcune canzoni, modifica la sua voce con un megafono, simbolo di congiuntura tra la musica del palcoscenico e le grida delle proteste.

Il governo egiziano non solo ha proibito alla band di esibirsi di nuovo, ma ha iniziato una pesante azione di repressione contro gli omosessuali. Sin dal giorno dopo il concerto sono iniziati gli arresti: per quanto l’omosessualità non sia illegale in Egitto, alcuni uomini, accusati di aver sventolato le bandiere arcobaleno al concerto, sono stati perseguitati per atti osceni e incitazione all’oscenità. I sospettati sono stati adescati tramite app di incontri o catturati per le strade del Cairo. Le indagini sono state effettuate con metodi brutali e inefficaci, tra i quali analisi anali non consenzienti. I processi si sono svolti a porte chiuse e le condanne imposte hanno previsto anche fino al doppio di anni in carcere rispetto a quanto stabilito dalla legge. Anche per un paese come l’Egitto questi eventi sono certamente fuori dal comune.

Non si creda però che queste azioni del governo egiziano non abbiano il supporto della popolazione: le interpretazioni omotransfobiche dell’Islam e del Cristianesimo sono molto diffuse in Egitto. Diversi esempi si trovano nei commenti sotto il post pubblicato il 2 ottobre dalla pagina Facebook della band in risposta alle azioni del governo egiziano: i riferimenti alla religione sono ai primi posti in difesa della azioni della polizia. Non sorprende quindi scoprire che il 29 settembre, quando le Nazioni Unite hanno indetto un voto per mettere al bando la pena di morte come condanna per l’omosessualità, l’Egitto si sia opposto. Assieme a lui, non solo stati quali l’Iraq e la Cina ma anche gli Stati Uniti.

La posizione degli Stati Uniti non può certo essere presa alla leggera, vista l’influenza che essi hanno nel nostro interagire con il mondo LGBT+. Gli stessi avvenimenti egiziani sono stati ignorati dai media italiani finché gli Stati Uniti non se ne sono occupati. Gli articoli in italiano usciti in merito alla questione sono infatti stati pubblicati pochi giorni dopo quelli americani e, se confrontati con quest’ultimi, è chiaro che siano delle traduzioni, anche imprecise, e non il risultato di una ricerca indipendente.

Diviene ancora più evidente la situazione se consideriamo, per esempio, il termine “فاحشة”, usato nella legge egiziana per indicare i crimini di cui sono stati accusati alcuni degli spettatori del concerto. La parola in italiano si traduce con “oscenità” sia per la valenza legale del termine sia per il suo significato, tanto da essere l’unica traduzione riportata nei maggiori dizionari arabo-italiano online. Scegliere invece la traduzione “dissolutezza”, come si vede nella maggioranza degli articoli nostrani, è probabilmente indice di una traduzione della traduzione in inglese, cioè di una traduzione del termine “debauchery”, usato dai maggiori canali d’informazione dell’America settentrionale.

Che i media italiani si interessino alla questione egiziana solo nella misura in cui gli Stati Uniti e i paesi anglofoni in generale se ne occupano è preoccupante. Ciò non solo mina l’indipendenza dell’informazione italiana, ma rivela anche una chiusura all’interno dei paesi dell’America del Nord e dell’Europa. Gli eventi del Cairo non ci riguardano di meno di ciò che è avvenuto a Orlando solo perché l’Egitto non rientra nel modello socio-culturale ed economico dell’Occidente, checché ne dicano (o non dicano) i nostri mezzi d’informazione.

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