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Storie di pirati e di come navigano sull’onda dell’eteronormatività

di Susanna Silicati

Eravamo alle soglie del ventesimo secolo, quando dei burberi individui zoppicanti su gambe di legno si facevano largo nell’immaginario romanzesco, vi si sedevano comodi e iniziavano a cantare e bere rum. Del loro ingresso trionfante è Robert Louis Stevenson che dobbiamo ringraziare: dalla sua penna escono i pirati dei caraibi che conosciamo, romantici capitani dal mantello al vento in compagnia di sudici mozzi e di cuochi senza un occhio. Il sacco di farina a cui Stevenson attinge a grandi mani appartiene tuttavia al 1724 e prende il nome di Storia generale dei pirati, firmato dal capitano Charles Johnson (pseudonimo di Defoe? Navighiamo nell’incertezza).

L’opera di Johnson alterna sapientemente vicende immaginarie a fatti storicamente fondati, come la documentazione dell’epoca può certificare; il materiale storiografico si rivela, però, insufficiente per chi volesse intraprendere un’azione diversa da quella del capitano sopracitato.

Un esempio ne è l’operazione socio-antropologica svolta da B.R. Burg nel suo libro Pirati e sodomia, edito nel 1994. Il suo scopo è quello di mostrare che le preferenze sessuali omoerotiche dei filibustieri che approdavano nei porti di New Providence negli anni d’oro della pirateria non fossero né insolite né deplorate; nonché evidenziare come la società piratesca fosse dotata di un grado di tolleranza e accettazione molto difficile da reperire altrove. Sebbene questo quadro possieda un certo fascino, le voci di alcuni storici si sono levate ad additare la scarsa attendibilità delle fonti utilizzate da Burg, probabilmente a ragione. Immaginare di sapere ciò che brulicava sottocoperta equivale a sostenere che il pirata leggendario che porta il nome di Barbanera bevesse veramente rum mescolato a polvere da sparo.

Sono proprio le zone buie, tuttavia, la sede del fascino che le insegne piratesche si trascinano dietro, e sono quelle che permettono agli scrittori di far germogliare la loro fantasia. Così le vecchie leggende vengono rimaneggiate e trasformate; ma se talvolta si arricchiscono, possono anche correre il rischio di subire dei tagli, e alcuni di questi sono intenzionali.

Perché se anche un giorno venisse data a Elsa di Frozen una fidanzata, quel giorno non è ancora arrivato, e allo stesso modo le storie dei pirati indirizzate a un pubblico di bambini non possono permettersi di deragliare dalle rotaie dell’eteronormatività.

Una delle più famose piratesse caraibiche della storia, Anne Bonny, è protagonista di molte storie a cui anelavano le bambine stanche di aggrapparsi alle gonne di Wendy e desiderose di un’eroina più volitiva, ma in questi racconti la vita sentimentale di Anne viene fatta intrecciare solo con quella del capitano Rackham. La versione narrata dal capitano Johnson era, invece, più intricata di così: entrata a far parte della ciurma del capitano Rackham a seguito di un arrembaggio, la giovane Mary Read indossa abiti e nome maschili (Mark), fino a quando viene sorpresa a condividere la branda di Anne, con indosso solo la propria pelle. Da quel momento le due piratesse alternano abiti maschili a quelli femminili, e portano avanti la loro relazione amorosa per altri due anni di scorrerie.

Gli ingredienti per un racconto romantico in perfetto stile piratesco ci sono tutti (tralasciando di dire che le due donne erano anche famose per la loro audacia e il loro linguaggio scurrile), cosa aspettiamo a ricamare sulla storia?

pubblicato sul numero 43 della Falla, marzo 2019

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