EDITORIALE #46

di Mattia Macchiavelli

Quella di Manduria è la lezione che dobbiamo trattenere durante l’onda Pride 2019. Antonio Cosimo Stano aveva 66 anni ed era stato soprannominato lu pacciu da quel gruppo di ragazzi che lo hanno sottoposto a torture e sevizie nella sua stessa casa, portandolo alla morte il 23 aprile scorso. Lu pacciu, il pazzo del paese. Un matto, direi io, sottraendo la condizione alla spersonalizzazione della formula «disagio psichico» e riempiendo il termine di quella solidarietà sociale che ad Antonio è mancata, di quella dignità assoluta che Basaglia ci ha insegnato.

La lezione di Manduria oscilla tra due poli. Da un lato c’è la solitudine di ogni eresia, quel solipsismo sordo che avvolge tutte le matte; è lo stesso spazio deserto in cui sono inchiodate anche le marginalità più combattive, quelle che hanno la forza di agire e reagire, ma che sono ancora troppo scandalose per essere viste e riconosciute. Quella di Antonio è la nostra solitudine, le nostre oscenità si somigliano, sono sorelle. Dall’altro lato c’è la logica del branco che si è squadernata in un modo così schietto e verace che è impossibile non riconoscervi un bullismo annichilente. C’è il potere assoluto dei molti, la forza divertita della violenza, l’annientamento irresistibile di chi può distruggere e decide di farlo, la goliardia insegnata dal potere e replicata dal gregge.

Tra i due poli ci stiamo noi. Siamo noi a doverci incaricare di costruire reti, personali e pubbliche, sempre più attente a riempire il vuoto pneumatico in cui ci vogliono i buoni e i giusti. Siamo noi il dispositivo d’innesco capace di rifiutare le logiche della forza da cui Simone Weil ci ha ammonito. Insegni, la lezione di Manduria, a riconoscerci come protagoniste vive di una resistenza di carne e pensiero, perché il mondo ripartirà da noi: frocie, barbone, Hiv+, nere, antagoniste, puttane, intellettuali eterodosse, persone storte in tutti i modi in cui si possa essere storte, e dai matti.

Pubblicato sul numero 46 della Falla, giugno 2019

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