EDITORIALE #31 – GENNAIO 2018

di Vincenzo Branà

Il femminismo è un pranzo di gay? Sono settimane che questa domanda mi ronza in testa, esattamente da quando ho letto la prima volta una delle mozioni congressuali di ArciLesbica, quella che alla fine è risultata vincitrice e ha eletto presidente Cristina Gramolini. Mi ronza per il fastidio che la frase in sé irrimediabilmente mi provoca.

Certo, potremmo tutti scegliere di scrollarci queste espressioni “infelici”, impiegando il tempo nelle tante emergenze che, chi lavora davvero sul territorio, ha ben presenti. Ma anche l’indifferenza è un modo di esercitare potere, non sempre innocuo. Eppure una risposta a una domanda così greve mi è praticamente impossibile trovarla, non riuscendo io a cogliere innanzitutto il parallelismo tra la militanza per i diritti e un’abbuffata.

Una risposta possibile però la rimedio allontanando lo sguardo, cercando una prospettiva meno autoreferenziale e che cerchi di farsi carico dello sbigottimento con cui l’intera comunità LGBT+ guarda queste baruffe da cortile. Ed è senza dubbio una risposta indignata, che rispedisce al mittente questo tentativo irresponsabile di mettere l’una contro l’altra storie come quelle dei movimenti delle donne e delle persone LGBT+; che non dà corda a chi vuole stabilire un’ortodossia nel femminismo, per poi chiedere ai maschi – ad Arcigay, in particolare – l’autorizzazione di portala negli spazi della politica LGBT+; una risposta che non si arroga il diritto di decidere chi sta dentro e chi fuori da un movimento che non ha padroni e che si fonda sull’orgoglio delle proprie idee, senza bisogno di garanzie o protezioni. Una risposta che mi permetta di ridere di quella maglia con la scritta “madre” sfoggiata davanti alla stampa, con la memoria corta di chi si è scordato che la maternità obbligatoria è una zavorra dalla quale le donne hanno fatto – e fanno ancora – una grande fatica a liberarsi.

E chissà se alla fine il femminismo sia un pranzo o una cena, con o senza gay: ciò che risulta più evidente è il digiuno – di politica, di relazioni, di movimento – che ha prodotto quell’espressione.

Pubblicato sul numero 31 della Falla – Gennaio 2018.

Condividi su:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *