E DOPO IL NOVANTESIMO?

PER UNA NAZIONALE CHE PASSA AL SECONDO TURNO C’È UN MOVIMENTO CHE RISCHIA DI RIMANERE ANCORA AI PRELIMINARI

di Irene Moretti

Una mattina di fine novembre del 2017, in una delle più grandi redazioni sportive di Italia, una ingenua stagista chiese perché sulla televisione pubblica si preferisse trasmettere in diretta una partita di Lega Pro anziché una partita chiave della Nazionale femminile di calcio, per la qualificazione a un Mondiale che nel Belpaese mancava da quasi vent’anni. La partita in questione, Portogallo-Italia del 28 novembre, sarebbe stata trasmessa in differita il giorno dopo all’ora di pranzo. Le risposte principali furono due: del femminile non frega niente a nessuno e comunque il calcio non è una roba da donne, perché «ti immagini a dire “tizia sgroppa sulla fascia?”». La piccola e ingenua stagista mosse due obiezioni: la prima era che se non si fosse dato spazio al movimento femminile il pubblico non si sarebbe mai affezionato, la seconda era che non c’è alcun bisogno di utilizzare il verbo “sgroppare” quando la lingua italiana ci fornisce tanti bei sinonimi (“scattare sulla fascia”, “se ne va sulla fascia”, “allunga sulla fascia”) e che un/a telecronista avrebbe potuto benissimo utilizzare quelli. Come tutta risposta, alla stagista fu offerto un caffè e una pacca sulla spalla. Qualche giorno prima l’Associazione Nazionale Atlete, Assist, lanciava una campagna social per chiedere alla televisione pubblica di trasmettere le partite della Nazionale femminile su RaiUno.

Due anni dopo, a qualificazione ottenuta e diverse vittorie nel girone, le Azzurre saranno trasmesse per la prima volta sul canale ammiraglio della Rai. In prima serata.

Con la Nazionale femminile di calcio, che ha già matematicamente in tasca il passaggio agli ottavi di finale, sono tre le considerazioni che occorre fare: cosa è successo in questi due anni? Cosa sta succedendo in questi giorni? Ma soprattutto, cosa succederà una volta che i riflettori sul Mondiale femminile di calcio – speriamo il più tardi possibile – si saranno spenti?

Back to the beginning. Giorgia Mecca, giornalista sportiva del Foglio, ha ben sintetizzato, in questo articolo del 21 maggio 2019, lo stato dell’arte del movimento femminile di calcio: «Umiliate, offese e ancora in piedi. Per molti anni le donne che giocavano a pallone hanno rappresentato un’anomalia, un problema sottinteso, qualcosa per cui era lecito scandalizzarsi; l’idea di fondo era che ci fosse qualcosa che non andava in una ragazzina se preferiva il calcio alla pallavolo, al tennis o alla danza. La reazione più generosa con cui osservare le calciatrici era l’indifferenza, l’alzata di spalle. Di prenderle sul serio non se ne parlava nemmeno. In generale, di loro si rideva molto, senza motivo e soprattutto senza giustificazioni».

Il movimento femminile di calcio in Italia non ha mai avuto vita facile. Le uniche costanti sono la perenne mancanza di fondi e di buona volontà di investire, a parte poche società in Italia, e il pregiudizio che il calcio sia prerogativa maschile e non di «quattro lesbiche», uscita infelice di Felice Belloli, presidente della Lega Nazionale Dilettanti, e «handicappate», dichiarazione di Carlo Tavecchio che della Figc all’epoca era presidente. Cosa significava voler fare la calciatrice negli anni Novanta o nei primi anni Duemila? Significava soprattutto dover pensare a un piano b: può vivere di sport un’atleta che viene considerata una dilettante? Perché questo erano e questo sono ancora le bambine che alle scarpette con la punta di gesso hanno preferito i tacchetti: dilettanti. E non per loro volontà. Il vulnus è antico, non riguarda soltanto le donne del pallone e sulla Falla ne abbiamo già parlato qui. In Italia si consuma un paradosso: giocatrici straniere professioniste e giocatrici italiane considerate dilettanti che giocano con la stessa casacca.

Il presente. Il Mondiale femminile di calcio, complici forse anche i risultati che le Azzurre stanno ottenendo, sta finalmente spianando una strada che qui in Italia avevamo iniziato a percorrere a piccoli passi da qualche anno. Soprattutto a livello mediatico. La grande abbuffata di calcio che questo mese di giugno – e in parte luglio, a Mondiali Under20 appena conclusi, qualificazioni per gli Europei ed Europei Under21 per il settore maschile – ci sta regalando, ha offerto – sia concesso il termine – un ottimo assist. La Rai sta dando ampio spazio alle Azzurre – con una terna che sta ben facendo, a parte qualche sbavatura, composta da Tiziana Alla in telecronaca, Patrizia Panico al commento tecnico e Giorgia Cardinaletti a bordo campo – e anche la stampa in generale sta concedendo spazi che fino a qualche settimana fa sarebbero stati impensabili. Gli ascolti registrati sui canali Rai durante le partite sono più alti di quanto probabilmente ci si aspettasse. Con pro e contro piuttosto evidenti. Finalmente, e anche al vertice, si ricomincia a parlare di professionismo. I riflettori si sono finalmente accesi sul trattamento economico delle calciatrici, nostrane e non. Qualcuno comincia a chiedersi come sia possibile una differenza di ingaggio tra l’attaccante Azzurra e della Juventus Barbara Bonansea (40mila euro netti a stagione) e quella dei suoi colleghi uomini o delle colleghe Europee. Ada Hegerberg, stella norvegese del Lione, ha deciso di non giocare il Mondiale per denunciare la differenza di trattamento economico tra calciatrici, mentre la brasiliana Marta ha deciso di rinunciare alle sponsorizzazioni. Un’onda mediatica che ha spinto anche il presidente della Figcsotto il cui ombrello adesso ricade anche il campionato femminile, dopo il braccio di ferro con la Lega Dilettanti che lo scorso agosto ha portato le giocatrici a non indossare gli scarpini in segno di protestaGabriele Gravina ad auspicare che finalmente il dilettantismo sia superato anche per mano del Legislatore. Mentre si organizzano proiezioni collettive, mentre la passione per il calcio si (ri)accende, i Mondiali femminili portano anche il rovescio della medaglia. Se è vero che in Italia ci sono 60 milioni di allenatori è altrettanto vero che sui social trovano ospitalità 60 milioni di odiatori: per la maggior parte uomini. Ne sa qualcosa Sara Gama, capitana della Nazionale, che si è vista offendere online in quanto donna e per il suo colore della pelle: come può una donna nera essere capitana della Nazionale? Non solo razzismo, ma tanta, tanta misoginia: in cucina, fanno pena, sono lente, quando giocano sembrano la squadra dell’oratorio, le partite iniziano tardi perché devono truccarsi e farsi i capelli, sono alcuni tra i commenti più soft che si leggono in rete.

Per non farsi mancare nulla, perché vogliamo le pari opportunità, sono iniziati anche gli articoli sulle wags delle calciatrici e le speculazioni sul loro orientamento sessuale. Forse sarà un segreto di Pulcinella, come ha dichiarato Alessandro Cecchi Paone, ma se ne sente il bisogno? Per una volta non sarebbe bello parlare semplicemente di sport senza preoccuparci di chi va a letto con chi?

Dopo il novantesimo. Cosa accadrà quando la direttrice di gara fischierà la fine – speriamo il più tardi possibile – del Mondiale per l’Italia? Cosa accadrà quando finirà questa sbornia collettiva per le Azzurre? Le ultime settimane hanno dimostrato che non è vero che il movimento femminile non ha mercato mediatico: il pubblico è pronto per il calcio delle donne e vuole saperne e vederne di più. Se ne vedremo e ne leggeremo di più è tutto da vedere, e speriamo di vederne sempre di più e sempre meglio.

Speriamo che questa visibilità si accompagni anche a una rivoluzione lessicale: declinare al femminile non è peccato. Usiamo i giusti pronomi: le, non gli (ecco una delle sbavature della telecronaca Rai).

A tal proposito… Il tennis è tennis. Che giochi Federer o una delle sorelle Williams. Il salto in alto è il salto in alto e i cento metri piani sono i cento metri piani. Il volley è il volley e, sorpresa, il calcio è il calcio. Può sembrare lapalissiano, ma farcelo entrare in testa è indispensabile. Quelli che si stanno disputando in Francia, infatti, non sono i mondiali di calcio femminile, ma i mondiali femminili di calcio. Il campionato è il campionato femminile di calcio, non il campionato di calcio femminile. Il calcio è calcio, si gioca in undici contro undici, sullo stesso campo, con le stesse porte e il fuorigioco funziona esattamente alla stessa maniera. Non c’è bisogno di creare distinzioni lessicali, la realtà italiana, come abbiamo visto, fa già abbastanza schifo di suo.

Dopo il triplice fischio ci sarà bisogno di un’Italia che a livello federale e statale – nel calcio e in tutti gli altri sport – cancelli le differenze di trattamento tra uomini e donne. C’è bisogno di un’Italia che decida di liberarsi una volta per tutte di quel dilettantismo imposto, che fa urlare al miracolo quando viene riconosciuto il fondo maternità per le atlete. C’è bisogno di un’Italia che sia pronta a scendere in campo con la sua migliore formazione per combattere la partita più importante: quella per i diritti.

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