Dalla presentazione al confronto politico

Elena Biagini racconta in anteprima la genesi del suo libro

di Francesco Colombrita

Nell’affollatissimo prato del Giardino Lorusso si è tenuta, domenica 23 settembre, nella giornata conclusiva del festival Some Prefer Cake, la presentazione in anteprima assoluta del libro L’emersione imprevista. Storia del movimento delle lesbiche, di Elena Biagini. In dialogo con l’autrice Grazia Dicanio, studiosa e traduttrice di Audre Lorde e Liana Borghi, docente di letteratura anglo-americana a Firenze e voce storica della scena politica lesbica italiana. Un’introduzione di Elisa Coco, delle Comunicattive, nonché organizzatrice del festival, ha reso chiara fin da subito l’importanza di questa pubblicazione, e sottolineato come la stessa Luki Massa, artista e attivista lesbica che ha creato il festival dentro la cui cornice ci trovavamo, avesse sovente espresso il desiderio di ricostruire la storia del lesbismo dagli anni ’70 in poi.

“Elena ci ha regalato tre anni della sua vita, abbiamo di fronte un lavoro frutto di un dottorato di ricerca e di innumerevoli sforzi”, ha commentato Grazia Dicanio, sottolineando come le pagine che compongono questo testo siano il frutto di ben 43 interviste a donne che hanno vissuto in prima persona i due decenni che sono stati l’oggetto della ricerca. Si va dal ’70 all’ ‘89, con una divisione in due macroaree e un prezioso capitolo su un periodo intermedio: quello che va dal ’79 all’ ’81, fase germinale di un movimento lesbico indipendente, laddove, in precendenza, la voce lesbica era già presente, ma facente parte o del movimento di liberazione (in senso ampio) LGBT, oppure all’interno del movimento femminista.

L’altra grande parte del lavoro è stata quella della ricerca di archivio, non solo in Italia, che ha portato Biagini a scartabellare scatoloni di materiale conservato ma dimenticato. L’autrice, sul merito, ha fugato ogni dubbio: “Non esiste politica senza memoria. Il mio lavoro è frutto in particolare della storia orale, oltre che dei documenti. Questo fa sì che sussista un legame tra oralità e personalità. Non esiste nel femminismo una sola storia, ma tante, ed è così anche per il movimento delle lesbiche”.

Questa tesi di dottorato è diventata libro in particolare grazie all’intervento di Liana Borghi, che si è fatta portatrice della volontà di rendere pubblico il lavoro di Elena Biagini. “La cosa fondamentale per me – racconta – era che si sentisse la voce dell’autrice. All’interno dell’ottica della teoria del posizionamento”. Questa è una delle cose che rende unico il libro, “si attraversa [in esso] la storia di collettivi, vite, ricordi. Si rivela, leggendo le interviste che lo compongono, un gioco di incastri molto intersezionale. Introduzione e conclusione poi, sono due importantissimi documenti politici”.

La dedica del libro è molto significativa: “A tutte noi che ci diciamo lesbiche”. L’autrice non tarda a spiegarla dicendo che il termine “lesbica” ha un forte valore politico oltre che identitario, e prosegue: “Per me il lesbismo è una fuga dal concetto di identità essenzialista. Tanto che ho difficoltà ad accogliere l’etichetta di cisgender”. Il riferimento è probabilmente alle teorie di Monique Wittig, ma nel contesto politico odierno, carico delle tensioni cui siamo abituati negli ultimi anni (in particolare a seguito del riposizionamento essenzialista di ArciLesbica Nazionale), questa esternazione apparentemente innocente è passata tutto meno che inosservata.

Il canonico momento delle domande del pubblico ha dato vita a interventi che andavano nella direzione di tematiche estremamente odierne. Uno dei primi è stato quello di Daniela Danna, voce molto nota che, dopo un affondo a Liana Borghi circa la sua firma alla lettera pubblicata sul Manifesto, che prendeva le distanze da certe posizioni radicali di cui Danna è portavoce, ha chiesto all’autrice in che modo avesse coniugato, all’interno del libro, la storia del lesbismo italiano al pensiero della differenza e, oltre a questo, si è detta stupita del suo aver usato l’espressione “liberazione omosessuale” (che citava in realtà uno storico cartello, quello sventolato da Maria Silvia Spolato alla prima manifestazione dell’8 marzo, nel ’72). Questo intervento ha dato, in una certa misura, fuoco alle polveri, e i successivi hanno costruito de facto un piccolo momento di scontro politico. “Non dovremmo stare tanto a pensare che siano state le teorie queer a danneggiare il movimento lesbico – ha affermato Elena Biagini in risposta – dovremmo piuttosto chiederci come mai si è inabissato da solo […]. Non guardiamoci solo l’ombelico, siamo simili e diverse per molti aspetti: lotta, rivoluzione, classe […]” tutto questo va preso in considerazione. Di politica c’è bisogno e questa, continua l’autrice, “si fa in piazza e collettivamente, non da sole a casa scannandosi dietro le tastiere”. Subito dopo ha preso la parola Ethan Bonali, attivista trans non binario, con un intervento volto a sottolineare la percezione di quanto sia escludente una certa parte del movimento lesbico, dove pure, afferma, ha trovato spazio per molti anni in passato. Sulla stessa linea Antonia Caruso “Io sono una donna trans, lesbica, senza vagina. Gli spazi lesbici sono pronti a dialogare con me?”

Interessante anche l’intervento di Graziella Bertozzo, che afferma come per lei l’unico modo di fare politica sia partendo dalla propria rabbia, quella che ti nasce da dentro prima ancora di capire il perché. Che si insinua quando ti viene appioppato un ruolo, o un’identità, che non è la tua: “non esiste movimento gay, lesbico, trans o qualsivoglia senza il concetto di classe!”.

A tirare le fila di una discussione che era uscita dai confini della presentazione è intervenuta Grazia Dicanio “Parliamo di questo grande elefante nella stanza. Tiriamolo fuori. Momenti come questo servono anche per dar vita a confronti”.

Ciò che è apparso è che il desiderio e la volontà di fare politica, di operare scelte, di unirsi o dividersi, di resistere e lottare aleggino con forza. Occorre probabilmente creare spazi, conferenze, congressi, dove la discussione di ogni punto sia nel merito e non nella propaganda. E a quel punto ripartire.

 

 

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