COSMOPOLITAN – PEDER E RAKIJA

Essere queer in Serbia

di Carmen Cucci e Sonja Sajzor

“Capire il bello significa possederlo.”
proverbio serbo

La Serbia non è esattamente una gay promised land: la maggior parte della popolazione considera ancora il non essere etero una malattia mentale ed il Pride dello scorso anno è stato il primo ad essere celebrato senza incidenti, dopo quelli che hanno visto Chiesa Ortodossa, hooligans e sciovinisti di estrema destra sfilare accanto ai manifestanti ed inneggiare all’uccisione dei peder (finocchi) nel tentativo di difendere la superba purezza della razza serba. Tra i personaggi pubblici quasi nessuno è out of the closet, eccezion fatta per un ristretto gruppo di attivisti, i quali sono costantemente esposti al pericolo di minacce e vessazioni. La recente nomina a nuovo capo dell’esecutivo dell’ex-ministro della Pubblica Amministrazione Ana Brnabic, primo premier donna e dichiaratamente omosessuale, ha rappresentato un momento storico per la visibilità delle persone LGBT+, non solo in Serbia, ma nell’intera regione balcanica.

La voce di Sonja Sajzor è una della poche coraggiose che si erge dal cupo silenzio dei più.
Donna trans, drag queen, performer, cantante e dj, a soli ventitré anni è diventata una delle artiste queer più famose della Serbia.

“Sono nata a Ṧabac, una città minuscola nella Serbia occidentale. Appena maggiorenne mi trasferii a Belgrado per tentare la carriera di performer e scrittrice. Cercavo di presentare le mie opere e i miei scritti alla gallerie d’arte, ma nessuno voleva essere associato alla comunità LGBT+, impauriti dal clima largamente omofobo. Ciò mi scoraggiò particolarmente. Poi una sera venni aggredita per i miei modi troppo effeminati, i capelli decolorati e i vestiti attillati. Qualcosa si ruppe: feci ritorno nella mia città natale, decisa a sopprimere la mia natura femminile e a comportarmi come un perfetto maschio eterosessuale per la mia sicurezza personale. Fu un periodo terribile, passavo interi giorni rifiutando qualsiasi contatto umano. L’ansia e le crisi depressive non tardarono a manifestarsi.

Dopo un anno ebbi un attacco così profondo da sconvolgermi totalmente: i capelli cominciarono a cadermi, persi diversi chili ed il mio sistema immunitario andò in tilt. Rimasi a letto sei settimane prima di riuscire a rimettermi in piedi. Considero quello che mi è successo una reazione normale per una qualsiasi persona trans costretta a subire passivamente il ruolo di genere assegnatole alla nascita e che non sente proprio. Perciò, prima di diventare mentalmente instabile e tentare il suicidio, decisi di cominciare la transizione.

Esibirmi come drag è stata l’occasione perfetta per mostrarmi per la prima volta come donna. Tre anni fa sono tornata a Belgrado e l’ho trovata più aperta rispetto a come l’avevo lasciata. Alcuni ora la chiamano “la nuova Berlino”: l’operato di Vucic [leader che si è voluto dare un’immagine riformista ed europeista, sfruttando anche la questione LGBT+, ndr] inizia a dare i suoi frutti. Venni scoperta da una produttrice musicale croata e nel 2015 Optimist, l’unica rivista queer serba, mi dedicò la copertina di agosto.

A fine anno sono riuscita finalmente a fondare il mio collettivo artistico queer, Tronic Lab. Il nostro obiettivo sarebbe quello di portare l’indie in Serbia, un trend musicale quasi sconosciuto nel nostro Paese. La concorrenza è praticamente inesistente, ma trovare ispirazione con pochi stimoli rende il nostro lavoro egualmente difficile. Nel frattempo lavoro a un mio progetto dal nome Seven, dove racconto attraverso delle fotografie i setti anni trascorsi dalla scoperta della mia natura femminile all’inizio della transizione.

La vita di un omosessuale serbo è lontana dall’essere semplice: pochi i luoghi d’incontro e per lo più promiscui, grande paura nel fare coming out, forte omofobia, sia percepita che interiorizzata. Soprattutto per le persone trans la rappresentanza pubblica è minima, a meno che non si parli loro come vittime di omicidi, abusi o pestaggi. L’aspirazione è che un giorno si smetta di parlare di differenze: alla fine, ognuno di noi compie gli stessi gesti ogni giorno, si alza, cerca di sopravvivere e torna a letto. E soprattutto, prova ad essere felice, indipendentemente da “com’è” e dal “con chi”, l’importante è che bevano rakija.”

pubblicato sul numero 27 della Falla – luglio/agosto/settembre 2017

immagine realizzata da Carmen Ebanista del collettivo artistico Gli Infanti

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