COME MARZIANI IN LIBRERIA: 5 DOMANDE A TOMMASO GIARTOSIO

di Francesco Colombrita

In attesa della presentazione di giovedì 17 maggio del libro Non aver mai finito di dire (ore 19 al Cassero LGBT center di Bologna), abbiamo intervistato l’autore, Tommaso Giartosio, che nella sua raccolta di saggi finisce per sfiorare una notevole quantità di temi oltremodo contemporanei, con il filo conduttore della letteratura.  

In una strana fiction fantascientifica (che fa da prologo a Le teorie della critica letteraria), Muzzioli esprime lo stupore degli alieni di fronte al terrestre rapito di turno. Sta fermo, armeggia con uno strano oggetto e lo guarda, tenendolo in mano, in silenzio: “sono un lettore”, si giustifica lui. Questi marziani faticano a comprendere, ancor di più quando la cavia spiega che oltre a questo parla poi di quel che legge con altri come lui, valutando, discutendo, interrogando. Compiendo un piccolo passaggio di immaginazione non sarebbe difficile identificare gli alieni con buona parte della società contemporanea, che guarda alla lettura (nel migliore dei casi) come a un nobile hobby per il quale “Ahinoi”, nessuno ha più tempo. 

Che cosa vuol dire per te parlare di letteratura oggi? Che valore attribuisci a quest’azione?

Trent’anni fa sarebbe stato facile rispondere a questa domanda. La letteratura e la critica letteraria godevano ancora di un primato culturale ampiamente riconosciuto, forse eccessivo. Erano considerate chiavi di lettura privilegiate del mondo. Oggi da una parte sono state raggiunte da altre arti e discipline (il cinema, le tecnoscienze…), dall’altra sono state delegittimate da un marketing letterario di proporzioni immensamente accresciute. La grande letteratura però continua a esistere, con due valenze: da una parte è un immenso deposito di immaginario, la proiezione profonda e problematica del tempo in cui viene scritta, insomma il “diario dei sogni” dell’umanità, e per questo va goduta ma anche analizzata; dall’altra è un negozio di rigattiere in cui possiamo trovare, senza cercarla, la pagina che ci salva la vita. Io ci credo molto, in una saggezza della letteratura, soprattutto là dove appare più ingenua.

Cosa ti ha portato a realizzare una testo sulla letteratura gay?

Ho sempre pensato che l’esperienza gay fosse troppo marcata per non lasciare un segno nella vita di uno scrittore (così come lo lascia l’appartenenza a una minoranza etnica o religiosa), e che questi segni siano, almeno in Occidente, abbastanza univoci da impedirci di dire semplicemente che “ognuno vive l’omosessualità a modo suo”. La nostra cultura di fatto assegna all’omosessualità determinate connotazioni. Se ne neghiamo l’esistenza è solo per omofobia, magari interiorizzata. Certo, è difficile parlare di una storia della letteratura gay veramente coesa, una specie di cavalcata trionfale. Ma questo non vuol dire che una continuità non esista affatto. C’è, e il fatto che non sia ferrea forse è un vantaggio.

L’intellettuale engagè (impegnato politicamente, ideologicamente) di sartriana memoria è oggi anacronistico o è invece l’eroe mitico da riportare in auge?

Non si può forse tornare a quel tipo di #engagement#, che aveva, lui sì, le sue ingenuità (lo slancio simpatetico di Sartre per Genet mi inquieta). Ma uno scrittore – mi esprimo al maschile solo per comodità – ha bisogno di essere un uomo; e un uomo ha bisogno di essere solidale con gli altri esseri umani. Manterrei però questo scalino, evitando ogni forma di equipollenza tra scrittura e impegno.

Come si può fare attivismo tramite la letteratura?

Solo in modo indiretto, appunto. La letteratura non può non renderci più consapevoli, e la consapevolezza si traduce in azione politica in senso ampio. Ma la letteratura mente, sempre. È come quando da bambino impari a mentire: solo fingendo di essere un altro capisci chi sei.

Nel libro affronti temi e autori che difficilmente si accosterebbero a un immaginario gay o queer senza rifletterci bene sopra, penso a Dante, Manzoni o alla digressione sugli 007: una rilettura di questo tipo è praticabile (e forse auspicabile) per l’intera storia della letteratura?

Io non starei a chiedermi se un dato procedimento possa essere applicato a qualsiasi testo: mi sembra una forma di imperialismo critico. Credo nei carotaggi; e credo nell’innamorarsi di un libro, di un’autrice, di un tema, e nello scrivere, di ciò che si ama e non si riesce a deporre, ciò che ci infastidisce. E poi mi interessa porre domande fuori luogo, perché sono le più produttive. Come negli interrogatori di polizia, occorre cambiare continuamente argomento, atteggiamento, livello di pressione, per far parlare l’indiziato. La particolarità di questa tecnica applicata alla letteratura è che, se l’indiziato confessa, confessa le nostre colpe insieme alle sue. O, se vogliamo, le nostre responsabilità.

Foto tratte da: http://www.autorinprestito.it/

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