LA BELLEZZA BIDIMENSIONALE

Dal ritratto di Anna di Clèves a Instagram

di Simone Astarita

Enrico VIII, il re dalle sei mogli, e Anna di Clèves ebbero un matrimonio di poco successo, anche per gli standard del re. Non fu mai consumato e fu annullato dopo solo sei mesi. A differenza degli altri suoi matrimoni, non vi furono motivazioni politiche, tradimenti o morti naturali a separarli. Nelle parole di Enrico, lei era una “cavalla fiamminga”, ai tempi l’equivalente dell’odierno “brutta forte”. Anna viveva in Germania, Enrico in Inghilterra: l’unica immagine che aveva avuto di lei era quella del dipinto di Hans Holbein il Giovane. Quando la vide dal vivo per la prima volta era troppo tardi per cambiare idea.

Forse Holbein la dipinse in modo che piacesse a Enrico. Anna probabilmente aveva cicatrici da vaiolo sul viso, omesse da Holbein, e analisi del quadro rivelano che il naso è stato rimpicciolito nelle fasi finali di pittura. Holbein sarebbe stato un antenato di Photoshop e dei filtri di Instagram.

Se tracciare un parallelo tra le modificazioni di oggi e quelle di centinaia di anni fa è possibile, lo è perché l’immagine – foto o dipinto che sia – rimane il mezzo principale attraverso cui la bellezza è diffusa e percepita. Che sia su un social network, una pubblicità o una dating app, la bellezza bidimensionale è predominante; nonostante siano facili da modificare e dipendano da fattori come angolazione e luce, le foto rimangono il metro del giudizio estetico.

Questa bellezza bidimensionale nasconde però delle insidie. Ritornando a Enrico, solo lui disprezzò così tanto Anna: altri testimoni dell’epoca garantirono l’accuratezza dei dipinti di Holbein e si discostarono dalla descrizione che ne diede il marito. Ci sono elementi che un dipinto fa fatica a riprodurre: a detta del re, Anna aveva un “seno cascante” – che i corsetti nascondevano nei dipinti – e un “odore disgustoso”. Un ritratto non poteva comunicarglielo, come non lo può una foto odierna. Il modo in cui una persona cammina, la posa che assume, il tono con cui parla e molte altre caratteristiche non sono riproducibili. Esse sono però parte integrante della bellezza – intesa come bellezza fisica – di una persona. Non a caso le discoteche sono il luogo simbolo del corteggiamento: una persona che balla può essere guardata da molte angolature, vendendo come il corpo si muove nella sua completezza e non solo come un insieme di scatti.

La rivista accademica Archives of Sexual Behavior ha pubblicato nel 2007 uno studio su come gli uomini reagiscano più delle donne a stimoli sessuali visivi. Se ciò spiega in parte la grande diffusione, nella comunità LGBT+,  delle app d’incontri per uomini e la solo parziale propagazione di quelle per le donne, sarebbe erroneo dedurre che la bellezza bidimensionale e statica sia propria degli uomini. Enrico VIII non è il solo a dimostrarlo: diversi scienziati garantiscono che udito e olfatto, a prescindere dal genere, giocano un ruolo nella stimolazione sessuale, per quanto vi siano pareri discordanti su come ciò avvenga – per esempio sul funzionamento (e sulla stessa esistenza) dei feromoni sessuali negli umani.

Non dobbiamo però concludere che la vista sia poco importante. Anzi, essa è alla base del concetto umano di bellezza fisica, soprattutto se consideriamo ciò che essa può percepire di un corpo che si muove nello spazio. Allo stesso modo non possiamo affermare che Anna di Clèves fosse brutta. Non solo il giudizio di Enrico rimane personale, ma potrebbe essere stato influenzato da fattori non fisici. Alcuni storici, per esempio, sostengono che, nel loro primo incontro, l’atteggiamento di Anna disturbò molto il re, a tal punto che lui addusse scuse per sciogliere il matrimonio.

Possiamo invece concludere quanto sia fallace l’idea che la bellezza fisica sia riducibile a un’immagine piatta: il fisico di una persona è un’entità più complessa di quanto delle pennellate o dei pixel possano esprimere, centinaia di anni fa come adesso.

pubblicato sul numero 32 della Falla – febbraio 2018

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