ASPETTANDO GODOT

La difficile via dell’attivismo in Ungheria

di Andrea Giuliano

Non è vita facile quella dell’attivista, specialmente quando ci si mette in prima linea. È rischioso dichiararsi orgogliosamente antifascista, frocio, agnostico e socialista in un paese eternamente a metà strada tra negazione dell’Olocausto, maschissimo orgoglio da discendenti di Attila, bigottismo ipocrita condito con un po’ di mitologia pagana e una costante ansia da prestazione.

Del mio decennio magiaro ricordo tantissimi momenti idilliaci – imparare la lingua, la soddisfazione nel conoscere Budapest meglio di chi ci vive dalla nascita, le notti bianche, finire la settimana lavorativa facendosi la sauna, gli amori e le feste selvagge. Al tempo stesso però non riesco a dimenticare tutta la merda in cui mi sono trovato.  

Non mi bastava più sentirmi libero nella mia cerchia, non mi sentivo a posto con me stesso sapendo che al di fuori della mia bolla di attivista la società era (ed è) intossicata da una retorica nazionalista, convinta di essere minacciata dalle minoranze e ossessionata da un fantomatico calo demografico della “razza ungherese” architettato appositamente da tutte le minoranze per sconfiggere “i padroni di casa”. Volevo puntare il dito (medio) contro le forze conservatrici, perbeniste e neofasciste che avevano fatto ripiombare il paese in un oscurantismo malizioso e guardone, bullizzando e disinformando, mentre l’attivismo istituzionale e i pochi canali di informazione dichiaratamente LGBT+ preferivano mostrare soltanto la faccia più binaria, borghese e normalizzata della propria popolazione. Perché apparire in modo decoroso, rassicurante e possibilmente di successo è la chiave per farsi piacere, dicono. Come se fosse l’indice di gradimento di una persona a decretarne il diritto di stare al mondo e farsi una vita, o peggio: come se l’obiettivo di una minoranza oppressa fosse quello di farsi tollerare anziché autodeterminarsi, resistere e rendersi padrona della propria vita.

Stanco di tutto questo, per me era arrivato il momento di reagire, di muovere i passi lungo una strada alternativa ai metodi dell’attivismo rassicurante, ormai sconfitti da una politica ignorante e troppo interessata a tenere in agonia tutte le minoranze per poi usarle come capri espiatori. Era ora di ribaltare la situazione, di mostrare il re nudo senza troppi giri di parole. Mi sono presentato al Budapest Pride del 2014 vestito da prete reggendo tra le mani la parodia del logo di uno dei tantissimi movimenti neonazisti del paese. Nel logo, i “Motociclisti dal sentimento nazionale” erano diventati “Succhiacazzi dal sentimento nazionale”, mentre il mio abito talare era accompagnato da bandierine arcobaleno. Volevo dire alla Chiesa che a Dio, se esiste, non gliene frega proprio niente se a me piace il cazzo, e volevo anche dire ai nazi che il loro bullismo con me non attacca – se vogliono la guerra io rispondo.

Nel giro di un paio di giorni, quella che per me era stata una comune azione di protesta era diventata una condanna a morte a tutti gli effetti. Sulla mia testa pendeva una taglia mentre il mio nome, la mia foto e i miei dati personali erano in rete, pubblicati su canali di informazione neofascista e ultracattolica con tanto di chiamata al linciaggio. Ho dovuto cambiare casa molte volte per motivi di sicurezza e mi sono dovuto difendere da diversi tentati attacchi conseguenti alle centinaia di minacce che avevo ricevuto e che ogni tanto continuo a ricevere. Nel 2015, una volta che la mia vicenda è uscita dai confini del Paese apparendo su testate internazionali, da Vice ad Al Jazeera, ho perso il lavoro. Poco dopo sono stato processato per diffamazione, accusato nientemeno che dalla stessa persona che ha messo una taglia sulla mia testa.

Le autorità ungheresi, nel frattempo, hanno deliberatamente rifiutato di intervenire respingendo tutte le mie denunce e lasciandomi in pericolo. Insieme a Tasz, Unione Ungherese per le Libertà Civili, nel 2016 ho denunciato lo Stato ungherese e aspetto che la Corte di Strasburgo faccia qualcosa. Spero di sbagliarmi, ma, a me, sembra di aspettare Godot.

pubblicato sul numero 38 della Falla – ottobre 2018

Foto immagine in evidenza: Claudio Tosi 

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