A LETTO CON OSCAR

Una lettura queer e intersezionale delle candidature 2018

di Elisa Manici

Quella tra stasera e domani sarà una notte di passione per i cinefili italiani, divisi tra l’attesa degli esiti elettorali e la novantesima cerimonia di premiazione degli Academy Award, noti ai più come premi Oscar, i riconoscimenti più antichi e ancora oggi tra i più prestigiosi che l’industria del cinema si assegna ogni anno.

Le uscite cinematografiche, si sa, sono come le vendemmie: non tutte le annate sono uguali, e quella in corso è una stagione davvero buona. Anche per quanto riguarda le produzioni che raccontano storie Lgbt+ e/o a cui hanno lavorato persone Lgbt+, questo è un anno proficuo, come si può notare scorrendo la lista delle candidature.

Chiamami col tuo nome, di Luca Guadagnino, incentrato su una delicata storia d’amore tra due ragazzi durante un’estate italiana nei primi anni ’80, ha ottenuto ben 4 nomination: quella come miglior film, il talentuoso 22enne Timothée Chalamet come miglior attore protagonista, il cantautore Sufjan Stevens per la migliore canzone originale, e, ultimo ma non meno importante, il 90enne James Ivory per la sceneggiatura non originale. James Ivory, regista di film staordinari come Casa Howard e Maurice, gay dichiarato da sempre, legato per 45 anni al produttore Ismail Merchant, fino alla morte di quest’ultimo nel 2005, non ha mai vinto un Oscar per la regia. Questa, da parte degli Academy, potrebbe essere l’occasione giusta per rimediare.

Fa sorridere amaramente come, ora che ha conquistato se non le statuette almeno delle candidature, tutti i critici e i servizi dei telegiornali si sbraccino a definire Chiamami col tuo nome come film italiano: “L’Italia è in gara con 4 nomination”, etc., quando nel film non c’è un soldo italiano, la produzione è completamente estera, e lo stesso Guadagnino se n’è dovuto andare dall’Italia per avere una seconda chance dopo lo sfortunato esordio low cost di Melissa P. Purtroppo le sue probabilità di vincere come miglior film sono bassissime, visto che lo scorso anno è stato Moonlight a ricevere il premio, e nonostante la splendida intersezionalità del suo racconto, Moonlight aveva pure sempre un protagonista gay: sembra davvero troppo naïve aspettarsi che l’Academy premi due storie gay in due anni consecutivi.

Oltre a Chiamami col tuo nome, ci sono diverse altre candidature queer: Richard Jenkins ha ottenuto la nomination come miglior attore non protagonista per l’interpretazione del personaggio gay Giles in The shape of water. Il film cileno Una donna fantastica, per la regia di Sebastián Lelio, interpretato dall’attrice trans Daniela Vega, e incentrato proprio sulla storia di una donna trans, è candidato come miglior film straniero.

Yance Ford, afro-americano, è il primo regista transgender a essere mai stato nominato per l’Oscar, grazie a Strong Island, documentario prodotto insieme a Joslyn Barnes.

Mudbound, prodotto da Netflix, ha fruttato due candidature a donne lesbiche: Rachel Morrison, tra l’altro la prima donna mai nominata per la fotografia, e Dee Rees, che ne è anche la regista, la prima donna afro-americana mai candidata per la sceneggiatura non originale, scritta insieme a Virgil Williams.

Sam Smith, nel 2016, accettando l’Oscar come migliore canzone per il film Spectre, ha fatto una gigantesca gaffe, dichiarando, erroneamente, di essere la prima persona apertamente Lgbt+ a vincere un Oscar. In realtà ce ne sono state altre prima di lui, almeno una decina. Basti pensare, senza andare troppo indietro nel tempo, a Dustin Lance Black, a Pedro Almodovar e a Melissa Etheridge.

Il punto è che, come anche per le persone non bianche, soltanto di rado persone Lgbt+ hanno ottenuto le ambite statuette per le categorie principali, più in vista. Nel 2015, da un utente scocciato dal razzismo implicito degli Academy Awards, è nato su Twitter l’hashtag #OscarSoWhite, per evidenziare come, quell’anno, non ci fosse nessuna candidatura di artisti non bianchi nelle categorie principali, a iniziare dagli attori. #OscarSoWhite, e lo sdegno che porta con sé, hanno avuto molta risonanza, anche se non un riscontro immediato. Dopo aver fatto il bis di total white anche nel 2016, finalmente nel 2017 sono (ri)apparse candidature di persone di colore, e Viola Davis (Fences) e Mahershala Ali (Moonlight) hanno vinto come migliori attori non protagonisti, oltre a Barry Jenkins che ha vinto per la sceneggiatura non originale (Moonlight).

Quest’anno senza dubbio Get out, di Jordan Peele, ha ottenuto il riconoscimento che meritava, con le sue 5 nomination per miglior film, miglior sceneggiatura originale, miglior regia, miglior attore protagonista (Daniel Kaluuya) e migliore attrice non protagonista (Mary J. Blidge). Ci sono anche Octavia Spencer (The shape of water), sempre come migliore attrice non protagonista, e l’immancabile – perché è l’attore nero con più nomination al suo attivo nella storia – Denzel Washington come attore protagonista (Roman J. Israel, Esq.).

Nel 2016 l’Academy Award, per rispondere in qualche modo alle giuste accuse di totale mancanza di diversità, ha modificato il suo regolamento di voto, e ha approvato un documento con l’intento di “raddoppiare il numero di donne e membri diversi” entro il 2020. Un contentino a chi chiede a gran voce che i premi che la fabbrica degli immaginari più pervasiva del mondo si auto-assegna ogni anno siano più rappresentativi della realtà e delle diversità che la compongono. L’errore di impostazione dell’Academy, composta ancora, per la stragrande maggioranza, da uomini bianchi cisgdender, occidentali, eterosessuali, è proprio quello di considerare tutti quelli che non sono identici a loro diverse members. Diversi, cioè, da quello che ritengono essere ancora lo standard di descrizione ottimale dell’essere umano.

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